Un Dio di misericordia Padre, madre, sposo...

Una lettura frettolosa e superficiale della Bibbia può dare l’impressione che il Dio biblico sia un dio severo e vendicativo. In effetti, molti sono i passi in cui si parla dell’ira di Dio che si accende e punisce con morte e rovina (se­condo lo studioso Schwager circa mille) e dell’ordine divino di uccidere uomini (circa cento). Non mancano, però, e sono teo­logicamente più importanti, i passi che parlano della tenerezza e della misericor­dia di Dio.

Le immagini usate per parlare della tenerezza di Dio sono tratte dall’universo delle relazioni familiari. La prima imma­gine è quella paterna. È utilizzata per primo dal profeta Osea all’interno del grande poema del capitolo 11. Lo schema è abbastanza semplice: il padre genera ed educa il figlio che invece di corrisponde­re al suo amore se ne allontana (vv. 1-4); il padre allora decide di castigarlo (vv. 5-7), ma il suo amore paterno è più for­te e lo perdona: “Come potrei abbando­narti, Èfraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Adma, ridurti allo stato di Seboìm? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira” (Os 11,8-9). Ad Osea fa seguito il profeta Geremia, il quale rielabora il testo di Osea all’inter­no di una nuova e più intensa “teologia della tenerezza” (Böll): “Non è un figlio carissimo per me Èfraim, il mio bambi­no prediletto? Ogni volta che lo minac­cio, me ne ricordo sempre con affetto. Per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza” (Ger 31,20). Ai due profeti fa eco l’orante del salmo 103, un salmo con ogni probabilità postesilico, il quale paragona la tenerez­za di Dio che si china sulla fragilità dei suoi figli e ne perdona i peccati a quella di un padre premuroso verso i suoi figli: “Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo te­mono” (v. 13). L’immagine compare an­che nell’ultima parte del libro del profeta Isaia: “Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito delle tue viscere e la tua misericordia? Non for­zarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami no­stro redentore” (Is 63,15-16).

Accanto all’immagine paterna è saldamente attestata (sebbene meno nota al punto da aver creato sconcer­to uno dei pronunciamenti del brevis­simo pontificato di Giovanni Paolo I sulla “maternità” di Dio) l’immagine materna di Dio soprattutto all’interno dello scritto di quel profeta anonimo la cui opera è entrata nei capitoli 40-55 di Isaia e per questo è denominato “Secondo Isaia”. Basti citarne un passo: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se co­storo si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). L’immagine materna ritorna anche nel capitolo 66 di Isaia appartenente alla mano del redat­tore finale del libro: “Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consola­zioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria. Perché così dice il Signo­re: Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginoc­chia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,11-13).

Ricorre poi nel salmo 131 dove il fede­le rappresenta la sua fiducia in Dio com­parandosi a un bimbo dolcemente ab­bandonato a sua madre: “Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia” (v. 2). Si aggiunga che in ebraico il termine tene­rezza (rahamim, cf. Sal 69,17; 119,156; 145,9) è connesso con il ventre materno (rehem).

Non per ultima compare l’immagine sponsale spesso intrecciata a quella pa­terna. La incontriamo nel profeta Osea: “Perciò, ecco, io la sedurrò, la condur­rò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. E avverrà, in quel giorno - ora­colo del Signore - mi chiamerai: “Marito mio”, e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal e non saranno più chiamati per nome. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel dirit­to, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,16-19.21-22) ed è ripetuta dal profeta Geremia (cf. 2,1-4,4).

La rivelazione della tenerezza di Dio si realizza pienamente in Gesù e per mezzo di Gesù. La sua è una tenerezza di com-passione, di partecipazione profonda al vissuto dei suoi interlocutori: di fronte ai due ciechi di Gerico: “Gesù ebbe com­passione, toccò loro gli occhi ed essi all’i­stante ricuperarono la vista e lo seguiro­no” (Mt 20,34); dinanzi alla supplica di un lebbroso: “Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, sii purificato!” (Mc 1, 41); incontrando il corteo funebre del figlio della vedova di Nain: “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le dis­se: Non piangere!” (Lc 7, 13); davanti alla miseria delle folle che lo seguono: “Ve­dendo le folle, ne sentì compassione, per­ché erano stanche e sfinite” (Mt 9, 36); in occasione della moltiplicazione dei pani: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati” (Mt 14, 14; cf. Mt 15, 32). È da notare che il verbo greco utilizzato per esprimere la compassione di Gesù (splanchnízein) richiama, come in ebraico, le viscere materne (splánchna).

Concludendo, la tenerezza di Dio, divenuta quella del Figlio di Dio, deve diventare quella dei cristiani. Per questo l’apostolo Paolo ci invita a rivestire le “vi­scere di misericordia” di Dio (cf. Col 3,12; Ef 4,32).

 

di Michele Giannone

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