La voce della verità, bellezza che trasfigura

“La verità e l’amore che essa dischiude non si possono produrre, si posso­no solo accogliere”, così scrive papa Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate. L’idea suscitata nel profondo da queste parole esprime la “sussistenza” della verità, il fatto cioè che essa non rientri fra le real­tà che l’uomo “produce”, ma fra quelle che orientano la conoscenza umana, per essere quella trama esistenziale più grande nella quale la creatura viene a trovarsi. L’uomo, pertanto, non è “sorgente” della verità, ma lo scopritore, colui il quale toglie il velo che na­sconde la realtà dei fatti; colui che vede e dice quel filo invisibile che tiene indefettibilmente unita la mente umana alla realtà dei fatti.

La verità esprime quella sintesi perfetta tra la conoscenza umana e la realtà, sintesi che da sempre ha interpellato il pensiero poiché, come diceva Tommaso, oggetto (na­turale) dell’intelletto è il vero. Contrariamen­te al mondo greco che rappresenta la verità con l’immagine della luce, quello semitico fa riferimento alla roccia: ciò che è vero, è vero per sempre, niente lo può scalfire, è immuta­bile e dura nel tempo. Ne consegue anche che la Scrittura, in quanto Parola di Dio è vera, pertanto essa dura nel tempo. “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la veri­tà e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32), è l’invito di Gesù affinché gli uomini, da sem­pre amanti della libertà, possano incontrare quella vera attraverso la conoscenza della verità della quale Egli è il rivelatore.

Anche all’apostolo Paolo è caro il tema della verità. Infatti: “Dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testi­monianza nello Spirito” (Rom 9, 1); oppure “Perciò, bando alla menzogna e dite ciascu­no la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri” (Ef 4, 25); e anco­ra “ ...e di essa (la testimonianza di Gesù) io sono stato fatto messaggero e apostolo - dico la verità, non mentisco...” (1Tim 2, 7).

Questa verità di cui parla l’Apostolo è una verità che trasfigura chi la dice. Allo stesso modo anche per Giovanni, l’apostolo tanto amato, la verità assume un forte potere sconvolgente: la verità è infatti tanto la Parola di Dio quanto Cristo che la proclama e la co­munica a tutti gli uomini. La verità che Cristo proclama è questa: “...se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel Regno di Dio” (Gv 3, 5). Soltanto rimanendo nella Parola che è Gesù si è davvero suoi disce­poli, e il vero discepolo conosce la verità e diventa finalmente libero.

Tutto questo è frutto di una realtà, la Pa­rola che Cristo annuncia, la quale una volta accolta nell’interiorità dell’uomo, è capace di trasformarlo e lo apre alla relazione con l’altro.

È questa prospettiva che fa dire all’apo­stolo Paolo che in lui non vi è più il timore delle proprie debolezze, né spazio alcuno per lo “scandalo” o la “stoltezza” della croce. In effetti questa testimonianza dell’Apostolo esprime la forza trasfigurante della Parola-Cristo accolta e interiorizzata, che in quanto tale si presta ad essere comunicata e parte­cipata agli altri. Si potrebbe dire, ad esem­pio, che la Verità in quanto Parola di Dio, co­nosciuta e accolta, si sia “comunicata” nella narrazione profetica, ed in quanto Cristo Gesù essa si sia “donata” nel racconto evangelico.

Ma il tempo che ci separa dall’esperienza di quegli uomini e di quelle donne che fu­rono protagonisti di questo “dire” la verità che è Cristo, oggi sembra pari alla difficoltà che si incontra nel ri-conoscere e accogliere la verità.

Simone Weil definisce la verità un “sup­plicante muto” condannato a restare senza voce davanti a noi.

Pur nell’ampiezza di significato che la scrittrice e filosofa include nel termine “ve­rità”, non è difficile scorgere in queste sue parole una profonda alleanza con l’immagi­ne che attualmente ci si può fare della verità. Oggi più che mai sembra che “la” verità abbia ceduto il passo “alle” verità; dire la verità or­mai non fa più parte di un cammino che ha origine nella propria coscienza, ma dallo sce­nario e dalla rappresentazione mentale che ognuno pone in atto.

Il mondo post-moderno ha rivisitato il senso della verità, così che ad un centro di verità (immutabile), che in quanto tale si “of­fre” alla conoscenza umana, si sostituisce un sistema polimorfo in cui si “fabbricano” tan­te verità. Ciascuno “costruisce” un mondo di cui occupa il centro ed in cui si autoassolve, senza possibilità di replica. Allora accade che il dire la verità si confonde con il dire la propria verità; dire cioè la propria opinio­ne, lì dove per opinione spesso si intende ciò che trae origine entro il confine della propria passione. In effetti la verità cui invita Gesù ap­pare come una verità assoluta, certa e totaliz­zante; essa si “offre” e, senza imporsi, cerca di incontrare l’uomo.

Anche la libertà di cui parla Gesù si atte­sta su un registro diverso da quello sul qua­le l’uomo di oggi sembra invece ricercarla; quella richiede assenso dell’uomo e senso di responsabilità, questa invece li ignora entrambe, declinandosi come volontà senza limiti.

Il binomio verità-libertà nel mondo post-moderno è più incline verso il polo della libertà, ma questa libertà senza una buona dose di verità si dilegua nello smarrimento.

Ci si potrebbe chiedere: cosa manca all’ “opinione” post-moderna per essere verità, e in particolare verità degna di essere detta?

Potrebbe darsi che manchi l’umiltà di ammettere che accanto al proprio “sentire” ce n’è anche un altro, che la propria libertà non può offendere quella altrui, che il pro­prio volere deve incontrare l’identità dell’al­tro. In altri termini sembra mancare la soglia del dubbio, non come fine del pensare, ma come strumento che permette la relazione con una Realtà più grande.

Così la verità che si lascia “dire” ci riporta a qualcos’altro, ad una realtà che inonda l’e­sistenza perché apre al mistero più grande, che per il credente è Cristo Gesù.

di Anna Maria Fiammata

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