Le Scritture, itinerario educativo Con il Padre, il Figlio e lo Spirito

L’intera storia della salvezza, dalle ori­gini fino al compimento, costituisce la grande opera educativa di Dio nei confronti del suo popolo.

La prima tappa di quest’opera è rap­presentata dall’Antica Alleanza, secondo quanto è espresso nei libri dell’Antico Testamento, i quali “sebbene contenga­no cose imperfette e caduche, dimostra­no tuttavia una vera pedagogia divina” (Dei Verbum, 15). In essi, l’azione di Dio è paragonata a quella di un padre nei con­fronti di suo figlio: “Figlio mio, non di­sprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione, perché il Si­gnore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto” (Pr 3,11-12). Secondo i metodi pedagogici tipici dell’antichità, l’e­ducazione prevede anche il rimprovero ed il castigo (cf. Pr 13,24; 22,15; 23,13).

Si potrebbero fare altri esempi (Dt 4,36; Sal 39,12; 94,10.12; Is 26,16), ma è sufficiente richiamare per esteso un bra­no del Deuteronomio in cui le afflizioni subite dal popolo nel deserto vengono presentate come pedagogia divina: “Ab­biate cura di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in posses­so della terra che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri. Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fat­to percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla pro­va, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi coman­di. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti ca­pire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore, tuo Dio, corregge te. Osserva i comandi del Signore, tuo Dio, camminando nelle sue vie e temendolo” (Dt 8,1-6).

L’educazione è un’attività che richiede fatica ed un tempo prolungato di attuazio­ne; è un’opera esigente, animata tuttavia dall’affetto paterno. Non consiste sem­plicemente nel trasmettere informazioni e nozioni, ma nel mettere in condizione di sviluppare capacità. L’educazione è qualcosa di vitale, di esperienziale. “Met­tere alla prova significa porre colui che dev’essere educato in una situazione in cui deve prendere decisioni e superare difficoltà. Così egli si realizza e si rivela attraverso le sue scelte. Il padre […] vuole che il figlio gli obbedisca puntualmente, perché i suoi comandi sono per il bene del figlio e non per affermare la propria autorità” (A. Schökel). Colui che deve es­sere educato, deve saper unire il coraggio e la sopportazione nella prova con la fidu­cia nell’aiuto paterno. È ciò che nel Deu­teronomio ci viene suggerito dal duplice miracolo del vestito che non si è logorato e dei piedi che non si sono gonfiati.

La seconda tappa è costituita dall’incar­nazione di Gesù Cristo, attraverso la quale Dio ci ha fatti passare dalla condizione di fanciullezza, simile a quella degli schiavi, a quella di figli. “Dico ancora: per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, benché sia padrone di tutto, ma dipende da tuto­ri e amministratori fino al termine presta­bilito dal padre. Così anche noi, quando eravamo fanciulli, eravamo schiavi degli elementi del mondo. Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Leg­ge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,1-5). Gesù si è presentato ai suoi contemporanei come un predicatore itinerante che annunciava la venuta del regno di Dio e ammaestrava le folle cir­ca le esigenze di Dio nell’ora ultima della salvezza (cf. Mc 1,15).

Gli evangelisti sono concordi nel pre­sentare Gesù come maestro: lo descrivo­no intento ad insegnare in luoghi pubblici (cf. Mc 4,1), nelle sinagoghe (cf. Mc 1,21; Gv 6,59) e nel tempio (cf. Mc 11,17; Mt 21,23; Gv 7,14). Come metodo egli face­va ampio uso delle parabole, con le quali presentava anche alle menti più semplici i misteri del Regno (cf. Mc 4,33). All’ini­zio del suo ministero, Gesù ha chiamato dietro a sé alcuni discepoli con i quali ha compiuto un vero itinerario educativo. I vangeli per intero potrebbero essere letti sotto questa prospettiva, ma è sufficien­te richiamare il racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35), quale splendido esempio della pedagogia di Gesù: Egli si accosta ai due discepoli che tornano delu­si e disorientati verso la loro casa e cam­mina con loro (v. 15), instaura con loro un dialogo (v. 16), apre loro la mente e scalda loro il cuore (vv. 25.32) spiegando “in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v. 27).

La terza tappa è rappresentata dal tem­po della Chiesa fino al ritorno glorioso di Cristo. In questo tempo Dio esercita la sua opera educativa attraverso l’azione dello Spirito Santo. Paolo afferma che nostro pedagogo non è più la legge, ma lo Spi­rito che interiormente ci fa dire “Abbà, Padre!”, attestando che non siamo più schiavi, ma figli (cf. Gal 3,19; 4,6-7). Ecco l’opera che lo Spirito realizza richiaman­do alla memoria dei credenti gli insegna­menti di Gesù (cf. Gv 14,26) e difendendo la causa di Gesù contro il mondo perse­cutore (cf. Gv 16,8-11). Tuttavia, fino alla fine dei tempi, l’educazione conserva il suo aspetto di correzione. L’autore della Lettera agli Ebrei ricorda ai cristiani: “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre?” (Eb 12,7). Tuttavia, questa correzione che sul momento non sembra causa di gioia, ma di tristezza, produrrà infine un frutto di pace e di salvezza (cf. Eb 12,11).

di Michele Giannone

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