La storia della salvezza Una storia di migrazioni

La Bibbia presenta tante storie di mi­grazioni. La prima ha per protagoni­sta Adamo. In seguito al peccato, “il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da cui era stato tratto” (Gen 3,23).

La stessa storia si ripete con Caino, “lavoratore del suolo”, il quale, dopo aver colpito a morte il fratello Abele, vie­ne condannato da Dio ad essere “ramin­go e fuggiasco sulla terra” con il pericolo sempre incombente di essere ucciso. Poi, avendo il Signore posto il divieto di uc­ciderlo, pena il subire “la vendetta sette volte”, “Caino si allontanò dal Signore e abitò nella regione di Nod, a oriente di Eden” e “divenne costruttore di una cit­tà, che chiamò Enoc, dal nome del figlio” (cf. Gen 4,8-17). Avendo il peccato conta­minato tutta l’umanità, “il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne ad­dolorò in cuor suo” (Gen 6,6).

La conseguenza sarà il diluvio che sterminerà tutti gli uomini, tranne Noè e la sua famiglia. I discendenti di Noè, “coltivatore della terra” (cf. Gen 9,20), si disperderanno poi in tutto il mondo per ripopolarlo (cf. Gen 10, 32).

Anche l’episodio della torre di Babele è una storia di migrazione. Si dice infatti che “emigrando dall’oriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono” (Gen 11,2). Progetteranno di costruirsi una città e una torre alta fino al cielo e di farsi un nome per non disperdersi su tutta la ter­ra. Il risultato sarà invece la dispersione (cf. Gen 11,4.8-9).

Così nei primi 11 capitoli del libro della Genesi, dove risuonano echi della grande svolta agricola del Neolitico, le migrazioni sono presentate come conse­guenza del peccato, il quale genera lon­tananza dell’uomo da Dio e degli uomini tra di loro.

Anche la storia dei patriarchi è segna­ta da migrazioni. Abramo, la cui famiglia era emigrata da Ur dei Caldei a Carran (cf. Gen 11,31), è a sua volta invitato da Dio a lasciare la sua terra per andare ver­so il paese che gli avrebbe indicato (cf. Gen 12,1). Poi Abramo è costretto a re­carsi in Egitto a causa della carestia (cf. Gen 12,10), ma presto dovrà andare via a motivo dello stratagemma di far passare sua moglie Sara come sorella. La storia si ripete a Gerar (cf. Gen 20). Lo stesso suc­cede ad Isacco, figlio di Abramo (cf. Gen 26).

Altrettanto movimentata sarà la vi­cenda di Giacobbe, il quale prima è co­stretto a fuggire da Esaù (cf. Gen 27,42-45) e poi da Labano (cf. Gen 31).

Il grande esodo del popolo di Israele dall’Egitto è l’ultima storia di migrazione del Pentateuco. Per quarant’anni il popo­lo cammina nel deserto sotto la guida di Mosè verso la Terra Promessa.

L’esperienza in Egitto sarà ricordata agli Ebrei come monito a comportarsi in maniera adeguata nei confronti di colo­ro che a loro volta si trovano ad essere stranieri in terra d’Israele: “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il fore­stiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati fore­stieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio” (Lv 19,33-34; cf. Es 22,20; Dt 10,19; 24,17-18).

Un intreccio di migrazioni è alla base del libro di Rut.

Prima l’ebreo Elimelech di Betlemme emigra verso sud, a Moab, insieme alla moglie Noemi e ai suoi due figli a causa di una carestia. Poi la moabita Rut emigra a Betlemme insieme con la suocera Noe­mi rimasta vedova e senza figli. Sposatasi con Booz, Rut la “straniera” diventerà an­tenata del Messia (cf. Mt 1,5).

Nella storia successiva del popolo di Israele, un’esperienza drammatica di mi­grazione sarà l’esilio in Babilonia, avve­nuto a più riprese (cf. Ger 52,28-30). Esso sarà letto come una punizione di Dio per i gravi peccati del popolo e dei suoi capi, ma allo stesso tempo come un’occasione di purificazione.

Per andare al Nuovo Testamento, la pri­ma storia di migrazione è quella della fa­miglia di Nazaret. Giuseppe, Maria con il piccolo Gesù scappano in Egitto per sfug­gire alla persecuzione di Erode (cf. Mt 2,13-23). Gesù rivivrà così in sé le vicende del suo popolo, dall’esodo in Egitto all’e­silio in Babilonia (cf. Os 11,1 in Mt 2,15).

Nei vangeli compaiono poi alcuni stranieri che al pari degli altri ricevono accoglienza e guarigione da parte di Gesù (cf. Mc 7,24-30; Lc 17,11-19). Addirittura Gesù proclama che chi accoglie lo stranie­ro accoglie lui stesso (cf. Mt 25,35-40).

Il Nuovo Testamento ci ricorda, infine, che ogni cristiano vive sulla terra una con­tinua esperienza di migrazione verso la patria eterna: “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13,14; cf. anche Fil 3,20).

È quanto esprime anche un cristiano dei primi secoli: “I cristiani vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipa­no a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, come ogni patria è straniera.” (Lettera a Diogneto, V,5).

Riassumendo, la Bibbia ci ricorda che è il peccato, proprio o altrui, a determina­re il verificarsi di migrazioni e che, come per gli Israeliti il ricordo di essere stati migranti in Egitto costituiva un invito all’ospitalità verso gli stranieri, così per i cristiani il sentirsi in cammino verso la patria eterna deve portare a comprende­re le sofferenze e i bisogni di quanti sono stranieri e pellegrini rispetto alla patria terrena, riconoscendo in loro Cristo stes­so.

di Michele Giannone

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