Sulle orme di Abramo e sull’esempio di Maria

LA FEDE NON È UN’IDEOLOGIA

ADio che si rivela l’uomo deve ri­spondere mediante la fede, ossia con l’abbandono fiducioso a Lui e con l’accoglienza della sua Verità (cf. Dei Verbum, 5).

La Sacra Scrittura chiama questa ri­sposta “obbedienza di fede” (Rm 16,26; cf. Rm 1,5; 2 Cor 10,5-6) e ce ne presenta il modello in Abramo: “Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fon­damenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discen­denza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. [...] Per fede, Abramo, messo alla pro­va, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unige­nito figlio, del quale era stato detto: Me­diante Isacco avrai una tua discendenza. Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo” (Eb 11,8-11.17-19; cf. Sir 44,20).

Grazie alla sua fede forte, Abramo è divenuto padre di tutti i credenti: “Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: così sarà la tua discendenza. Egli non vacillò nel­la fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sara. Di fronte alla pro­messa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia” (Rm 4,18-22).

Sulla scia di Abramo, molti altri hanno testimoniato la loro fede lungo la storia della salvezza (cf. Eb 11,20-38).

Tuttavia “Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi” (Eb 11,40): la grazia di credere nel suo Figlio Gesù, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimen­to” (Eb 12,2).

La realizzazione più perfetta dell’ob­bedienza di fede si ha nella Vergine Ma­ria. Ella ha accolto nella fede l’annuncio dell’angelo Gabriele, credendo che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37) e offrendo la propria adesione: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38). Ella è beata perché “ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45) e in questa fede ha perseverato fino alla fine: duran­te tutta la sua vita, e fino all’ultima pro­va, (cf. Lc 2,35) quando Gesù, suo Figlio, morì sulla croce, la sua fede non ha mai vacillato. Maria non ha cessato di credere “nell’adempimento” della Parola di Dio. Ecco perché la Chiesa venera in Maria la più pura realizzazione della fede” (Cate­chismo della Chiesa Cattolica, 149).

D’altra parte, la Sacra Scrittura ci pre­senta tanti esempi di incredulità, designa­ta con i termini “ribellione” (cf. Nm 20,10; 9,24), “dura cervice” (cf. Es 32,9; 33,3; Dt 9,6.13), “mormorazione” (cf. Es 15 - 17; Nm 14 - 17; Gv 6,41.43.61).

Durante il cammino nel deserto, il po­polo di Israele si lamenta con Dio perché non ha da bere (cf. Es 15,24), non ha da mangiare (cf. Es 16,2-3), è impaurito di fronte a coloro che occupano la terra pro­messa (cf. Nm 14,1-3), è nauseato per la manna (cf. Nm 21,5). In queste situazioni, l’incredulità si manifesta nel pretendere che Dio realizzi immediatamente le sue promesse.

Sempre nel deserto, il popolo di Isra­ele si costruisce il vitello d’oro (cf. Es 32). In questo caso, l’incredulità si esprime nel desiderare una garanzia tangibile del­la presenza di Dio e nel voler controllare tale presenza a proprio piacimento.

Quando il popolo di Israele si stabili­sce nella terra promessa, l’incredulità as­sume la forma di un cuore diviso tra Dio e gli dèi del paese oppure le nazioni vicine. Il profeta Elia esorta il popolo a scegliere tra Dio e Baal: “Fino a quando salterete da una parte all’altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!” (1 Re 18,21).

Anche gli altri profeti lottano contro la doppiezza di cuore. Osea biasima il popolo perché cerca presso altri popoli l’appoggio che solo Dio gli può dare (cf. Os 7,11ss).

Anche Isaia condanna il tentativo di ottenere l’indipendenza politica median­te una strategia di alleanze e mediante la forza militare (cf. Is 7; 30,15-17; 31,1). Quanto al profeta Geremia, “i suoi pen­sieri girano sempre sulla profonda schia­vitù nella quale si trova l’uomo, prigio­niero della propria ostilità verso Dio” (G. von Rad; cf. Ger 2,22; 10,23; 13,23). Solo la nuova alleanza, promessa agli uomini, e il cuore rinnovato dallo Spirito Santo consentiranno un mutamento radicale e l’inizio di una vita nuova (cf. Ger 31,31ss.; Ez 36,26).

Come il popolo di Israele, pure i disce­poli di Gesù manifestano poca fede: quan­do hanno paura durante la tempesta (cf. Mt 8,26) o sul lago agitato (cf. Mt 14,31); quando si preoccupano per la mancanza di pane (cf. Mt 16,8); quando non possono compiere un miracolo, pur avendone rice­vuto il potere (cf. Mt 17,20).

I rimedi contro l’incredulità sono la preghiera, con la quale Gesù stesso ga­rantisce la fede di Pietro e la perseveran­za, finché la fede non si trasformerà in visione (cf. 1 Cor 13,12).

di Michele Giannone

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