“Maledici il calunniatore e l’uomo che è bugiardo”

Strumento di comunione tra gli uomi­ni (cf. Sir 5,5) e di lode a Dio (cf. Sal 35,28; 66,17; 119,172; 126,2; Is 45,23; At 10,46; Rm 14,11), la lingua può di­ventare strumento di divisione e di mor­te.

Già il libro del Levitico, all’interno del cosiddetto “Codice di santità”, condanna l’uso menzognero e omicida della lingua: “Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo né coopererai alla mor­te del tuo prossimo. Io sono il Signore” (Lv 19,16). Invita, invece, ad utilizzare la lingua come strumento di correzione e di risoluzione dei conflitti: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossi­mo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lv 19,17-18).

Tuttavia, nell’Antico Testamento è so­prattutto la letteratura sapienziale a sotto­lineare gli aspetti negativi della lingua.

Per i Salmi la lingua è sorgente di spergiuri, frodi, inganni, cattiveria e pre­potenza (cf. Sal 10,7); è velenosa come la lingua dei serpenti (cf. Sal 140,4) ed offensiva come una lama affilata (cf. Sal 52,4) o una spada (cf. Sal 57,5; 64,4).

Senza tema di esagerare, i Proverbi af­fermano che “morte e vita sono in potere della lingua” (cf. Pr 18,21).

Da parte sua, il Siracide offre un lun­go ammonimento sui danni provocati dal cattivo uso della lingua, che val la pena riportare per intero: “Maledici il calunniatore e l’uomo che è bugiardo, perché hanno rovinato molti che stavano in pace. Le dicerie di una terza persona hanno sconvolto molti, li hanno scaccia­ti di nazione in nazione; hanno demolito città fortificate e rovinato casati potenti. Le dicerie di una terza persona hanno fat­to ripudiare donne forti, privandole del frutto delle loro fatiche. Chi a esse presta attenzione certo non troverà pace, non vi­vrà tranquillo nella sua dimora. Un colpo di frusta produce lividure, ma un colpo di lingua rompe le ossa. Molti sono cadu­ti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua. Beato chi è al ripa­ro da essa, chi non è esposto al suo furore, chi non ha trascinato il suo giogo e non è stato legato con le sue catene. Il suo giogo è un giogo di ferro; le sue catene sono ca­tene di bronzo. Spaventosa è la morte che la lingua procura, al confronto è preferi­bile il regno dei morti. Essa non ha potere sugli uomini pii, questi non bruceranno alla sua fiamma. Quanti abbandonano il Signore in essa cadranno, fra costoro di­vamperà senza spegnersi mai. Si avven­terà contro di loro come un leone e come una pantera ne farà scempio. Ecco, re­cingi pure la tua proprietà con siepe spi­nosa, metti sotto chiave l’argento e l’oro, ma per le tue parole fa’ bilancia e peso, sulla tua bocca fa’ porta e catenaccio. Sta’ attento a non scivolare a causa della lin­gua, per non cadere di fronte a chi ti in­sidia” (Pr 28,13-26). L’evidenza di queste parole non richiede alcun commento, se non due annotazioni. La prima riguarda l’espressione “dicerie di una terza perso­na” che nell’originale greco suona “lin­gua terza” o “tripla”, perché - spiega il Talmud - colpisce tre volte: il calunniato, il calunniatore e colui che presta ascolto (Arakin 15b). La seconda è legata alla for­tuna dell’espressione “molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua” resa più prosaica­mente con “ne uccide più la lingua che la spada” e diventata ormai proverbiale.

Anche Gesù lamenta il male che può uscire dalla bocca. Nella controversia sul puro e l’impuro, sottolinea che “non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uo­mo; ciò che esce dalla bocca, questo ren­de impuro l’uomo!” (Mt 15,10). Ed il moti­vo è semplice: “ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende impuro l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, im­purità, furti, false testimonianze, calun­nie” (Mt 15,18-19).

Sulla stessa linea, l’apostolo Paolo af­ferma, senza mezzi termini, che: “né immo­rali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio” (Gal 5,9-10).

Infatti, coloro che mediante il batte­simo sono stati uniti a Cristo devono te­stimoniare una condotta di vita nuova: “Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, in­sulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vec­chio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena co­noscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato” (Col 38-10).

Da parte sua, l’apostolo Giacomo de­scrive in modo abbastanza vivido l’ingo­vernabile potere della lingua: “la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tut­to il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geènna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale” (Gc 3,6-8). Condanna, quindi, l’uso doppio della lingua visto come un atto innaturale, perché contrario al disegno di Dio: “Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa maledicia­mo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produr­re acqua dolce” (Gc 3,9-11).

Infine, l’apostolo Giovanni ricorda la necessità di far corrispondere le opere alle parole: “Figlioli, non amiamo a paro­le né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1 Gv 3,18; cf. Gc 1,26).

 

di Michele Giannone

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