Le lettere paoline, guida alla preghiera vicendevole

 

 

 

Nella Sacra Scrittura il tema della pre­ghiera vicendevole emerge soprat­tutto nell’epistolario paolino. Più vol­te Paolo chiede ai cristiani delle sue comunità di pregare per lui e per la sua missione.

Rivolgendosi ai Romani, l’Apostolo li esorta a lottare con lui nelle preghiere per essere liberato “dagli infedeli della Giudea”, perché la colletta da portare sia gradita e per poter andare da loro “nella gioia” (cf. Rm 15,30-32).

Anche ai Corinzi, nella seconda lette­ra loro indirizzata, Paolo chiede l’aiuto della preghiera per la fine di una dura prova: “Non vogliamo infatti che ignoria­te, fratelli, come la tribolazione, che ci è capitata in Asia, ci abbia colpiti oltre mi­sura, al di là delle nostre forze, tanto che disperavamo perfino della nostra vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte, perché non ponessimo fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risu­scita i morti. Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, e per la speranza che abbiamo in lui ancora ci libererà, gra­zie anche alla vostra cooperazione nella preghiera per noi” (2 Cor 1,8-11a).

Pure ai Filippesi domanda il sostegno della preghiera per superare le difficoltà apostoliche (cf. 1,19).

Ai Colossesi (cf. Col 4,3) e ai Tessa­lonicesi (cf. 1 Ts 5,25; 2 Ts 3,1-2) chiede preghiere per il suo ministero a vantag­gio della diffusione del vangelo, mentre a Filemone domanda preghiere per la sua liberazione (cf. Fm 22).

A sua volta, l’Apostolo prega costan­temente per le sue comunità e i suoi col­laboratori.

Per i Corinzi, Paolo chiede a Dio che si comportino bene e si perfezionino nella fede: “Noi preghiamo Dio che non faccia­te alcun male: non per apparire noi come approvati, ma perché voi facciate il bene e noi siamo come disapprovati. Non ab­biamo infatti alcun potere contro la verità, ma per la verità. Per questo ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti. Noi preghiamo anche per la vostra perfe­zione” (2 Cor 13,7-9).

Per gli Efesini, domanda il dono dello Spirito per una vera conoscenza dei suoi misteri: “Perciò anch’io, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ri­cordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profon­da conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale te­soro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che credia­mo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore” (Ef 1,15-19). Riprenden­do poi la preghiera di intercessione ini­ziata nel primo capitolo, domanda per i cristiani di Efeso la piena partecipazione ai doni divini e l’esperienza totalizzante dell’amore di Cristo: “Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere po­tentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito. Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altez­za e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,14-19).

A vantaggio dei Filippesi, per i quali prega con gioia in ogni sua preghiera (cf. Fil 1,4), invoca il dono del discernimento: “prego che la vostra carità cresca sem­pre più in conoscenza e in pieno discer­nimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irrepren­sibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio” (Fil 1,9-11).

Lo stesso domanda per i Colossesi: “Perciò anche noi, dal giorno in cui ne fummo informati, non cessiamo di prega­re per voi e di chiedere che abbiate piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portan­do frutto in ogni opera buona e crescen­do nella conoscenza di Dio” (Col 1,9-10). Alla preghiera di Paolo per i cristiani di Colosse si unisce anche Èpafra “il quale non smette di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio” (Col 4,12).

Al “carissimo figlio” Timoteo garan­tisce la sua continua preghiera (“notte e giorno” cf. 2 Tm 1,3), incoraggiandolo nel ministero con l’esempio della sua vita.

In Paolo dunque la richiesta e il dono della preghiera è una caratteristica co­stante, fondata sulla comunione nella Chiesa e finalizzata alla crescita della Chiesa stessa: “La preghiera appare net­tamente in lui come collegamento all’in­terno del corpo di Cristo in costruzione” (P. Beauchamp).

Oltre che negli scritti paolini, l’invito alla preghiera scambievole ricorre anche nella Lettera di Giacomo. Dopo aver sot­tolineato la necessità di pregare in tutte le situazioni della vita (cf. Gc 5,13), l’Apo­stolo parla della preghiera nella malattia per la quale ci deve essere l’impegno di tutta la comunità, attraverso il ministero dei presbiteri (cf. Gc 5,14). Dalla preghie­ra nella malattia si passa poi alla pre­ghiera di fronte al peccato in cui entra la preghiera gli uni per gli altri (cf. Gc 5,16). La “preghiera della fede” (cf. Gc 5,15) ha il potere di salvare il malato e di guarire il peccatore: non si tratta solo della preghie­ra fatta con fede, ma anche, più in profon­dità, della preghiera come manifestazione della fede. La fiducia nell’esaudimento ri­siede appunto nella fede, nella relazione personale con il Signore.

di Michele Giannone

 

 

 

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