Il cuore, la miseria, l’azione La regola d’oro del discepolo

“Siate misericordiosi come è miseri­cordioso il Padre vostro che è nei cieli” (Lc 6,36).

Questo invito di Gesù diventa una condizione essenziale per entrare nel regno dei cieli (cf. Mt 5,7). Tutti sia­mo chiamati alla santità e a configurarci a Cristo. Questo irto cammino di sequela ci chiama a concretizzare nella nostra vita le opere di misericordia corporale e spi­rituale, forme elevate dell’amore verso il prossimo, così come ci mostra la parabo­la del buon samaritano (cf. Lc 10,30-37), il quale, a differenza di coloro che lo hanno preceduto sulla strada che da Gerusa­lemme porta a Gerico, “ha compassione” del malcapitato giudeo.

La parola misericordia è composta da due parole latine, miseri, avere pie­tà, e cor-cordis, cuore. Essa è una virtù specifica dell’amore, comprendente due momenti: uno passivo, consistente nel­la compassione, nel quale la miseria che vedo nell’altro provoca nel mio cuore una tristezza (in ciò ritroviamo l’etimologia del termine), e uno attivo, la beneficenza, in quanto quella tristezza provata nel nostro cuore ci chiama e ci fa adoperare affinché possiamo eliminare la miseria compatita nell’altro. Nella misericordia quindi si possono individuare tre elementi fonda­mentali: il cuore, la miseria e l’azione.

Nella Bibbia la misericordia costitu­isce l’aspetto che più di ogni altro rias­sume e vivifica tutta la storia della sal­vezza. Dio ama l’uomo con un amore di particolar elezione, simile all’amore di uno sposo (cf. Os 2, 21-25; Is 54, 6ss) e, perciò, perdona le sue colpe e perfino le infedeltà e i tradimenti. Il cuore di Dio si commuove sempre della miseria dell’uo­mo, che lo spinge ad andare continuamen­te in suo soccorso. L’uomo, a sua volta, entra in questo grande movimento di mi­sericordia, di questa esigenza profonda dell’amore, di questa virtù del cuore che compatisce, che condivide la sofferenza altrui soccorrendola.

Tra le diverse parole ebraiche che con­tengono il concetto di misericordia, ricor­diamo rahamim e hesed. La prima parola significa letteralmente ‘viscere’ ed è il plurale di rechem (cf. 1 Re 3,26) che indica il seno materno: come la gestante nutre per la creatura che porta in grembo un legame unico di affetto, così chi manife­sta misericordia fa salire dai suoi recessi più intimi tenerezza, bontà, pazienza e comprensione. Il nostro Dio ha “viscere di misericordia”, per questo ogni uomo si rivolge a lui nei momenti di sconforto, di angoscia. Egli non è un Dio lontano, ma un Dio vicino; non è un Dio astratto, ma un Dio incarnato, che ascolta il grido dell’uomo, del suo popolo e lo soccorre. Fondamentale è l’esperienza del popolo eletto, vissuta all’epoca dell’Esodo, quan­do il Signore osservò la miseria del suo popolo ridotto in schiavitù, udì il suo gri­do, conobbe le sue angosce e decise di li­berarlo (cf. Es 3, 7ss). Così, come nei fatti e nelle parole, il Signore ha sempre rivelato la sua misericordia durante tutta la storia del suo popolo. Per questo i salmi non ter­minano mai di innalzare e di cantare inni di ringraziamento e di lode al Dio dell’a­more, della fedeltà, della tenerezza e del­la misericordia (cf. Sal 103; 145).

Il secondo termine, hesed, spesso in re­lazione sinonimica con il primo, indica la relazione che unisce due esseri ed implica la fedeltà. In questo modo la misericordia non è più l’eco di un istinto di bontà, di uno scatto improvviso del cuore o un di mero sentimento, ma diventa una scelta, una bontà cosciente e voluta, una rispo­sta ad un dovere interiore, un ritorno alla fedeltà.

La misericordia è il mistero dell’amore folle, misericordioso, tenerissimo del Pa­dre che trasale di gioia quando vede tor­nare a casa il figlio più lontano: appena lo vede, toccato da compassione, gli corre incontro ed invita tutti a gioire con Lui (cf. Lc 15).

Nell’episodio della donna adultera san Giovanni ci racconta che alle paro­le di Gesù: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra” (Gv 8,7), tutte le persone presenti se ne andarono una dopo l’altra, cominciando dagli anziani, senza battere ciglio. In quel luogo rima­sero soltanto la donna e Gesù: la miseria e la misericordia, commenta sant’Ago­stino. Gesù è la misericordia di Dio fatta carne, è Colui che ha il cuore rivolto verso il misero. Visitando le città, percorrendo le strade, superando i confini, vedendo e toccando le persone, sedendosi alle men­se più improbabili, conversando, perdo­nando, consolando, dando voce, ha sem­pre gettato il seme della misericordia.

Nell’insegnamento di Gesù la mise­ricordia non è solo l’attributo divino per eccellenza, ma è la regola d’oro del disce­polo. San Luca nel suo vangelo trasforma il detto di San Matteo “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48) in “siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36). Essendo il nostro tempo, il tempo della misericordia, dobbiamo essere consape­voli che chi vuole essere perfetto lo sarà nella misura in cui sarà misericordioso, nella misura in cui donerà se stesso al proprio fratello.

Il misericordioso è colui che è disposto a donare il per-dono, che è un dono gra­tuito fatto all’altro. Il perdono non è ridu­cibile a un atto singolo, ma è un processo, un cammino a volte lungo e faticoso. Ed è per questo che possiamo affermare che la misericordia è al centro della conver­sione cristiana, della vera metanoia. San Paolo ci esorta a rivestirci di “sentimenti di misericordia (viscera misericordiae), di benevolenza, di bontà, di mansuetudine, di pazienza” e a sopportarci vicendevol­mente, perdonandoci scambievolmente (Col 3,12-13).

Il cristiano non può chiudere le sue vi­scere dinanzi ad un fratello che si trova in necessità, ma deve aprire il suo cuore e provare compassione (cf. Ef 4,32). Per questo l’amore di Dio risiede solo in co­loro che esercitano misericordia (cf 1Gv 3,17).

di Antonio Scisci

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