“Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia”

“Chi fa opere di misericordia, le com­pia con gioia” (Rm 12,8). San Paolo ci ricorda che chi esercita la mise­ricordia lo deve fare con gioia, in quanto questa giovialità è il segno con­creto dell’amore autentico che si prova nel fare il bene al fratello che ci sta accan­to. Occorre rallegrarsi con chi è allegro e piangere con chi si trova nel pianto (cfr. Rm 12,15).

La gioia altro non è che il frutto di un Amore più grande di noi e che ci trascen­de. Gioia e amore sono inscindibili, come lo è l’amore dalla verità e dalla bellezza.

San Paolo ci mostra molto concreta­mente come possiamo moltiplicare la gioia che abbiamo ricevuto in dono da Dio. “Gratuitamente avete ricevuto, gra­tuitamente date” (Mt 10,8). Il segreto sta nel far fruttificare ciò che abbiamo ricevu­to in dono. Occorre fare la carità (le ope­re di misericordia corporale e spirituale) con carità (amore-gioia), senza offendere o umiliare il beneficato nell’atto stesso che si soccorre. Per questo san Tommaso d’Aquino nel chiedersi quale sia il prin­cipale atto della carità risponde che “il primo atto della carità è amare” (S. Th., II-II, q. 27, a.1) e non l’elemosina, l’aiutare gli altri, il seminare la pace, ma l’amare, in quanto tutte le altre cose non sono che una conseguenza. Occorre allora preoc­cuparci di avere sempre questa carità che deve essere il motivo di ogni nostro dono al fratello che incontriamo nel cammino della nostra vita. Questa è la carità che non umilia e non abbassa, non s’impo­ne, non va in cerca della gratitudine o di un premio. L’amore vero è un dare e un darsi disinteressato, in quanto l’amore e il calcolo sono incompatibili ed è per que­sto che “Dio ama chi dona con gioia” (II Cor 9,7).

“Anche se distribuissi tutte le mie so­stanze [...] ma non avessi la carità, niente mi giova” (I Cor 13,3). Non si può com­piere esteriormente l’atto di carità, senza avere in noi la carità. Sant’Agostino affer­ma che “se stendi la mano per donare, ma nel cuore non hai la misericordia, non hai fatto nulla; se invece nel cuore hai la mi­sericordia, anche quando non avessi nul­la da donare con la tua mano, Dio accetta la tua elemosina” (Enarrat. In Ps., CXXV, 5). Ne consegue che il primo atto di carità non è dare, ma amare. San Giovanni Pao­lo II spesso utilizzava l’espressione amore misericordioso e nella sua enciclica Dives in misericordia sottolinea come “la Mise­ricordia è una dimensione indispensabile dell’amore, e come se fosse un suo secon­do nome” (DM 7). È necessario fare la ca­rità e farla bene, farla per amore di Dio, con umanità e con amore.

Occorre sperimentare la misericordia nella nostra vita, per poi poterla donare e vivere. Occorre essere stai avvolti dall’a­more di Dio, dal suo amore misericordio­so per poterla comunicare e condividere. Ogni uomo deve imparare a conoscere e a sperimentare questo amore ed è per questo che Gesù all’indemoniato guari­to, che per gratitudine vorrebbe seguirlo, ordina ripetutamente: “va a casa tua, dai tuoi, e annunzia loro quanto il Signore ti ha fatto e come ha avuto pietà di te” (Mc 5,19). Con queste parole sembra come se Gesù ci abbia dato la chiave di lettura per comprendere i suoi miracoli nel loro si­gnificato più profondo. Gesù è venuto a proclamare ai prigionieri la liberazione, a donare ai ciechi la vista, la libertà agli op­pressi e a tutti la grazia (cfr. Lc 4,18-19). Gesù è la misericordia in persona; il padre del figlio prodigo; il pastore che cerca la pecorella smarrita e la dramma perduta; il buon samaritano che soccorre chi è ferito; colui che giunge a donare la sua vita non solo per i suoi amici, ma anche per i suoi nemici.

Non più condiscendenza, ma condivi­sione: in questo vi è il senso del mistero centrale dell’Incarnazione. I Padri della Chiesa continuamente ci invitano e ci ri­cordano che Dio si è fatto uomo, perché l’uomo divenga Dio. Ma per fare questo l’uomo deve innanzitutto imparare, nella sua quotidianità, come si comporta Dio e, come Lui deve essere misericordioso, ca­ritatevole verso gli uomini che soffrono ed amorevole verso quelli che hanno il cuore duro. Davanti al paradosso del mondo moderno, che risulta essere accogliente nei confronti del peccato e rigoroso nei confronti del peccatore, il misericordioso, al contrario, sull’esempio di Cristo con la donna adultera, è chiamato a disappro­vare il peccato e ad amare il peccatore. Questo è il movimento dell’amore e della misericordia: “Rallegrateci con quelli che sono nella gioia e piangete con quelli che sono nel dolore (Rm 15,15).

Nel contempo, mentre Cristo rivela l’amore-misericordia di Dio, esige che gli uomini si facciano ministri di misericor­dia ed è per questo che chiama “beati i misericordiosi” (Mt 5,7). Ognuno sarà retribuito in base al suo stile di vita, alle proprie azioni (cfr. Mt 16,27). È nel fare le opere di misericordia che si intravede il criterio del giudizio finale. Il giudice in­trodurrà nel suo regno solo coloro che hanno fatto le opere di misericordia cor­porali ed escluderà chi non le ha fatte, perché quanto è stato fatto per i bisognosi o è stato loro rifiutato, ha avuto in real­tà come destinatario Gesù stesso (cfr. Mt 25,31-46).

Giustamente Alessandro Manzoni nei suoi Promessi sposi fa dire a Lucia: “Dio perdona tante cose per un’opera di mi­sericordia”. Ma prima di poter compiere un’opera di misericordia, è necessaria la conversione del cuore, una conversione alla scelta etica del bene, abbandonando, come direbbe Papa Francesco, la “malva­gità del nostro agire”.

Quando ci rivestiremo di “sentimenti di misericordia (viscera misericordiae)” (Col 3,12), saremo “profondamente convinti che, al tempo stesso, noi la sperimentiamo da parte di coloro che la accettano da noi” (DV 14).

La misericordia è certamente la sola realtà che possa ricapitolare, rischiarare ed illuminare in modo definitivo tutti gli altri aspetti del mistero cristiano.

 

di Antonio Scisci

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