Dio sceglie sempre un ‘piccolo’ per proclamare le sue meraviglie

 “Se non vi convertirete e non divente­rete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,2). Gesù ci invita a modificare la logica del­la grandezza e del primeggiare a tutti i costi, invitandoci a diventare semplici e umili, memori che ai piccoli e non ai sapienti viene rivelato il mistero di Dio (cfr. Mt 11,25). L’uomo da sempre ha po­sto come proprio fine il comprendere e il conoscere Dio, ma ciò è possibile soltanto vivendo uno stato di ‘infanzia spirituale’, mettendo in pratica le peculiarità del bam­bino, ovvero l’innocenza, la semplicità, la totale dipendenza, la fiducia e l’incondizio­nato amore.

Si tratta di “accogliere il regno come bambini” (Mc 10,15), di riceverlo come un dono di Dio e non esigerlo come qual­cosa di dovuto. Per diventare come bam­bini occorre “rinascere” (Gv 3,5) a nuova vita e ciò richiede un reale e vero capo­volgimento del nostro essere, un salto radicale, da compiere quotidianamente e costantemente nelle nostra vita. Occorre nascere nuovamente, purificando la no­stra mente e il nostro cuore, dai pensieri e dai sentimenti che ogni giorno attanaglia­no la nostra vita. Cristo ci ha insegnato la Via. Egli non è venuto in mezzo a noi con potenza e forza, come ci aspettavamo, ma come un bambino: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2,12). Niente di sontuoso, niente di straor­dinario, niente di magnifico ci viene dato come segno, ma soltanto il ‘vedere’ un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Dio appare ai nostri occhi come un bambino che ha bisogno di aiuto e di cure materne, avvolto nell’immensa povertà. Nel Dio bambino riscopriamo la bellezza dell’essere piccoli e nella povertà riscopriamo il valore della vera ricchezza. Solo in Lui possiamo sperare di ritornare bambini, vivendo la freschezza e la mera­viglia nella vita di ogni giorno, memori che occorre liberarci quotidianamente dal nostro egoismo. È necessario affidarsi a Dio, abbandonarsi in Lui nella tranquilli­tà e nella serenità “come bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131,2).

Nel mondo ebraico i bambini, oltre ad essere considerati come una benedizio­ne divina: “come virgulti di ulivo attor­no alla mensa” (Sal 128,3), erano l’anello più debole della società, in quanto non avevano né potere e né difesa giuridica. Ne conseguiva che i genitori avevano nei confronti nei propri figli l’obbligo mora­le di educarli per evitare che potessero crescere “sballottati dalle onde e portati di qua e là da qualsiasi vento di dottri­na, secondo l’inganno degli uomini, che con astuzia tendono a trarre in errore” (Ef 4,14). Per questo già nell’Antico Testamen­to il Signore viene mostrato come padre, protettore e difensore dell’orfano (cfr. Es 22,21; Sal 68,6), come Colui che “soleva il suo bambino fino alla guancia e poi si chiana su lui per dargli da mangiare” (Os 11,4). Il cuore del Padre è sempre mise­ricordioso e si commuove davanti al mi­sero e al piccolo, tanto da paragonare il Regno dei cieli ad un piccolo seme o a un pizzico di lievito (cfr. Mt 13,31-35). Tutto nel disegno infinito di Dio è ‘piccolezza’. Potremo affermare che la ‘piccolezza’ è il filo d’oro che intesse la storia della sal­vezza: Dio sceglie sempre un ‘piccolo’, o meglio il ‘più piccolo’ (es. Abele, Giusep­pe, Mosè, Samuele, Davide...) per procla­mare le sue meraviglie, fino a farsi Lui stesso ‘piccolo’ per redimerci e ridarci la vita.

L’orfano non è soltanto colui che non ha i genitori, ma anche colui che non ri­conosce in Dio il proprio Padre, la propria Madre, “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6). Noi siamo chiamati non solo a “ritornare bambini” (a spogliarci dell’uomo Vecchio per essere nel mondo uomini Nuovi), ma anche a “prenderci cura degli orfani e delle vedove che sono nella sofferenza” (Gc 1,27), che non vedono in Dio la fonte della loro vita e vivendo, senza accorger­sene, in uno stato di ‘orfananza’.

Quando la nostra vita si conforma a quella di Cristo, quando vediamo il mon­do con gli occhi dei bambini o con gli oc­chi dei ciechi, ci rivestiamo di “sentimenti di misericordia (viscera misericordiae)” (Col 3,12), donando disinteressatamente tutto il nostro essere. Nel libro di Giob­be viene elogiato il giusto che si prende cura dell’orfano e della vedova (cfr. Gb 29,12-13; 31,16-17), contrapponendo l’agi­re dell’empio che inferisce su gli orfani e le vedove (cfr. Gb 22,9; 24,3). Ne consegue questo dovere: “difendete il debole e l’or­fano, al misero e al povero fate giustizia” (Sal 82,3). Infatti l’amore incondizionato, generoso, attivo, verso coloro che sono nel ‘bisogno’ si ispira all’agire di Dio che difende i deboli e aiuta i bisognosi. In un mondo caratterizzato dall’edonismo e dall’efficentismo economico siamo chia­mati a praticare l’Amore come ambito privilegiato per poter vivere una relazio­ne autentica non solo con Dio, ma anche e con chi incontriamo nel cammino della nostra vita.

Il segreto della grandezza sta dunque nel farsi piccoli, umili, docili e trasparenti come i bambini (cfr. Mt 18,4). Ma come il bambino si nutre del latte della propria ma­dre, così il ‘nuovo bambino’ ha la necessità di nutrirsi del latte della Parola di Dio (cfr. Eb 5,11-14). Ogni giorno siamo chiama­ti a distaccarci da ogni cosa, a vivere la vita nella vera libertà che consiste nel non appropriarci di nulla e di non ricercare nulla, perché Dio nella sua Provvidenza ci dona ciò che noi abbiamo realmente bisogno, basta abbandonarci e fidarci di Lui, proprio come un bambino. Quando il fine della nostra vita diventa il non ac­cumulare ‘ricchezze’, allora ciò che rice­viamo non lo tratteniamo più per noi, ma saremo portati a donarlo disinteressata­mente, prendendoci amorevolmente cura di chi ci sta accanto: dell’orfano, della vedova, dello straniero, di ogni creatura che necessita di cura e di amorevolezza, memori che “nel più misero degli uomi­ni brilla l’immagine di Dio” (San Luigi Orione).


di Antonio Scisci

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