I colori cancellati dall’azzurro del mare

L’a accoglienza dello straniero occupa un posto molto importante nella Scrittura. Anche nella cultura e nella società di questo tempo il tema ha una grande risonanza, tanto da essere diventato chiave di lettura dei rapporti interpersonali e della cultura di un popolo. Il termine “forestiero” ha assunto una ricchezza semantica la quale, oltre allo straniero, inteso come colui che arriva da una terra lontana, per via di una serie di processi di analogia e di associazioni, comprende ciò che è “altro” da sé, il diverso o, addirittura, l’aspetto interno alla persona simile ad una zona d’ombra, incomprensibile, che incute timore. In altri termini il tema vanta un’ampiezza che si misura dal fatto che esso è al centro di numerose controversie nella cultura e nella società di questo tempo, rappresentando la linea di demarcazione di orientamenti politici e di modelli di sviluppo sociale, afferendo ad un nuovo concetto di “giustizia” e giungendo talvolta a veicolare un modo diverso di intendere il bene e il male.

I drammatici fatti di cronaca di questi giorni inducono a riflettere sul tema dell’accoglienza dello straniero con un doveroso ripensamento di ciò che comunemente in una società deve ritenersi giusto oppure no. La società italiana appare come quella porzione di umanità post-moderna segnata da una profonda trasformazione strutturale, oltre che culturale, che come un gigante si erge barcollante sulle macerie di un ordine morale fatto di una miriade di “istruzioni per l’uso”, e di una prassi politica ed economica alle prese con gli effetti devastanti da meccanismo di implosione. In questo turbine di sistemi che collassano viene spontaneo archiviare i problemi, come ad esempio quello dell’accoglienza degli stranieri, decretandone tout court una soluzione “chirurgica”. In effetti, invece, gli ultimi disperati approdi di gruppi di stranieri sulle coste italiane sollecitano in modo perentorio il sostrato più interno della cultura del popolo italiano, ma è più giusto dire dell’umanità intera, quello cioè della coscienza. Essa infatti ha di fronte lo scenario fatto di quelli che erano uomini, donne e bambini, e che sono stati recuperati come corpi inanimati a diversi metri di profondità nel mare; occhi impauriti da un destino crudele che piangono le stesse lacrime che si piangono a tutte le latitudini; dita esperte ma tremanti che cercano sul web un caro scomparso.

Bare allineate dicono l’ennesima battaglia persa dai poveri contro il nemico che è l’indifferenza o la troppo poca buona volontà. Sembra molto lontana l’immagine di biblica memoria secondo cui il forestiero rappresenta una ricchezza. Certamente non si può dare ciò che non si possiede; tuttavia non si possiedono soltanto beni materiali, come cibo, denaro, vestiario o medicine. Si possiede anche la capacità di entrare in relazione con gli altri, l’intelligenza di creare nuove opportunità di incontro o la responsabilità comune di attuare nuove modalità di convivenza civile.

Queste risorse, però, non sembrano uscire del tutto dalla categoria delle mere dichiarazioni di intenti, con la frustrante conseguenza di vedere irrisolti i problemi. Se guardiamo al Codice dell’Alleanza, ad esempio, possiamo osservare come esso comprenda chiari concetti al riguardo: “Non molesterai il forestiero né l’opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es 22, 20); oppure: “Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Es 23, 9). Anche il libro del Levitico contiene alcuni riferimenti precisi e, sullo sfondo di un amore per il prossimo pari a quello che si ha per se stessi, dice: “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto” (Lev 19, 33-34).

Alla luce di tutto questo, è difficile non scorgere un’apertura verso un compimento che nel Nuovo Testamento è espresso nella regola d’oro “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7, 12). L’amore per il forestiero che Dio ordina ad Israele, assume non poca rilevanza dal momento che il mondo ebraico si fonda su un forte senso di appartenenza alla razza e sul dovere di non profanarne la purezza, a tal punto che non erano ammessi matrimoni con non ebrei e che tutti coloro che non appartenevano alla razza ebraica erano considerati non persone, di razza inferiore e meritevoli di essere governati. L’essere “popolo eletto”, in un certo qual modo, autorizza Israele a pensare la propria superiorità un patrimonio da proteggere in virtù dell’elezione. Lo straniero, che per i latini era hostis, cioè più precisamente nemico, per i greci è colui che parla una lingua incomprensibile, la cui lingua sembra una non lingua, perciò è detto barbaro.

È evidente che sia il contenuto della Scrittura che i chiarimenti terminologici hanno segnato i contorni di un problema plurisecolare, come quello dell’immigrazione, il quale ha assunto vaste proporzioni e che non si limita solo al tema dell’accoglienza sic et simpliciter. Sarebbe pertanto semplicistico puntare solo ad un discorso di accoglienza di tipo “globalizzante”, anche perché sarebbe all’origine di squilibri e intolleranze culturali. Guardare solo attraverso questa prospettiva significa considerare la punta di un iceberg. I termini del problema che andrebbero tenuti più in considerazione riportano ad un senso ulteriore o, se si vuole, più a monte. Ad esempio nella Scrittura è Dio stesso che con le sue prescrizioni morali e cultuali prepara la comunità degli Israeliti perché diventi santa, come Lui è santo.

Ad esempio: “Il Signore disse ancora a Mosè: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo»” (Lev 19, 1-2). Si tratta allora di riscoprire il senso e la finalità delle cose. Una conseguenza di tutto ciò può essere quella di impostare una riflessione sul piano etico che ponga al centro l’uomo post-moderno o meglio, post postmoderno, e la sua capacità di prendersi cura dell’altro come segno importante del suo senso di responsabilità per la presente e futura generazione.

di Anna Maria Fiammata

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