“Beati gli afflitti” non perché sono tristi ma “perché saranno consolati”

“Beati gli afflitti perché saranno con­solati” (Mt 5,4). Chi sono gli afflitti? Cos’è la consolazione? Come mai essere afflitti è una beatitudine e “consolare gli affitti” un’opera di miseri­cordia spirituale?

L’afflizione è uno stato d’animo e l’es­sere afflitto una condizione esistenziale di chi si sente triste, deluso, angosciato e sfi­duciato dagli avvenimenti avversi accaduti nella vita. Gli afflitti sono sia coloro che soffrono per delle circostanze obiettive e sia coloro che patiscono per la mancanza di fiducia in se stessi, ingigantendo a vol­te anche i problemi.

Non è facile discernere le circostanze oggettive dalla percezione soggettiva, in quanto ogni persona vede la realtà che ci circonda attraverso la propria coscienza, le proprie aspettative, i propri timori, i propri pregiudizi. Di fronte alle difficol­tà della vita vi sono due atteggiamenti: quello positivo dove si rielaborano le esperienze positive o negative della vita per arricchire se stessi; quello negativo nel quale ci si abbandona alle vicende della vita, appassionandosi se le cose vanno bene e abbattendosi se le cose van­no male. Quando siamo tristi, tutti deside­riamo una parola, un gesto, una sguardo, un sorriso di consolazione.

“Come siete partecipi delle sofferen­ze, così sarete anche partecipi della con­solazione” (2Cor 1,8). Sofferenza e conso­lazione vanno assieme. Il verbo greco che indica l’atto di consolare è parakalein che significa “chiamare accanto”, “far venire a sé”. Nella consolazione difatti si crea una prossimità. Consolare significa farsi presenza, mettersi accanto a chi si trova nella tristezza, nell’angoscia, nella soli­tudine: “Consolatevi dunque a vicenda” (1Ts 4,18). La consolazione è la capacità di ascoltare. Essere accanto senza svilire la disgrazia dell’afflitto con parole banali o con false rassicurazioni. Per consolare occorre spogliarsi dall’illusione di posse­dere il “potere” di salvare gli altri.

Quando ci facciamo prossimo con chi è nel dolore non possiamo sostituirci a lui, in quanto non faremmo altro che far­gli violenza e non andargli incontro. Di fronte al dolore è importante il rispetto, guardarsi dalla presunzione di saper consolare e di pensare che il benessere dell’altro dipenda da noi. Nessun uomo può estirpare l’afflizione, ma ogni uomo può farsi prossimo e attraverso la sua vi­cinanza far sperimentare la consolazione del Signore. Potremmo rileggere il Vange­lo come un pellegrinaggio nel quale Gesù consola gli afflitti, guarendoli, insegnando loro la sua Parola, infondendo speranza, nella certezza che ogni afflizione si tra­sformerà in gioia (cfr. Gv 16,20). Si tratta di stare accanto alla persona afflitta, a prescindere dal motivo della sua afflizio­ne, con la volontà di esserci senza alcuna presunzione. Essere come Maria ai piedi della croce di Gesù (cfr. Gv 19,25) dove i loro sguardi non necessitavano di parole, erano come due anime afflitte apparte­nenti allo stesso destino, la cui consola­zione si esprimeva nella profondità dei loro respiri.

Gli afflitti vengono dunque chiama­ti “beati” non in quanto “oppressi”, ma in quanto la loro oppressione terminerà nell’essere “consolati”. Per questo gli af­flitti non vanno confortati, ma consolati. Nella consolazione vengono annullate le cause della sofferenza e si ricrea la pre­cedente condizione di benessere, men­tre nel confortare ci si limita ad una pia quanto inutile esortazione morale. Per questo Giobbe si lamenta: “Ne ho udite già molte di simili cose! Siete tutti conso­latori molesti! [...] Anch’io sarei capace di parlare come voi se voi foste al mio po­sto: vi affogherei con parole [...] vi con­forterei con la bocca” (Gb 16, 1-4). Colui che ha subito un lutto non vuole es­sere confortato, ma consolato. A chi è nel pianto occorre farsi prossimo, fino a giungere all’intimità dell’altro, “parlando sul cuore”, intrattenendo una comunica­zione intima e personalissima (cfr. Gen 50,21; Is 40,1-2). Molto spesso ci si rende conto che non vi è chi ci consoli: “Ho atte­so compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Sal 68,21). “Solo in Dio riposa l’anima mia” (Sal 61,2). È nel Messia che il popolo d’Israele espri­me la sua unica speranza, come salvezza escatologica, come attesa della consola­zione definitiva (cfr. Zac 1,13; Lc 2,25). Per questo san Giovanni chiama il Messia “Menachem”: “Consolatore” (1Gv 2,1). È Dio che asciuga le lacrime dagli occhi del­le creature umane sofferenti ed afflitte (cfr. Ap. 7,17; 21,4).

La consolazione può venire solo da Dio e si riversa sui fedeli che si alimen­tano all’unica fonte di salvezza: Cristo Gesù (cfr. Fil 2,1-2). Prima di consolare occorre aver vissuto la consolazione di Dio che “ci consola in ogni nostra tribo­lazione perché possiamo anche noi con­solare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2Cor 1,4).

Gesù non intende sublimare la situa­zione degli afflitti, ma assicura loro che saranno consolati da Dio e dalla comuni­tà dei credenti: “piangete con chi piange” (Rm 12,15). Annullare la sofferenza signi­fica eliminare la causa che l’ha provocata ed in questa liberazione si sperimenta la beatitudine.

Naturalmente non è possibile conso­lare coloro che non vogliono essere con­solati. Per poter essere consolati occorre prima di tutto agire su se stessi, gettare uno sguardo dentro di noi riconoscendo­ci, accettandoci e chiedendo a Dio la sua misericordia e la sua consolazione. Sia­mo, in altre parole, chiamati ad una scelta esistenziale che ci porti ad essere “poveri per lo spirito”, ad entrare volontariamen­te nella condizione di povertà, di affli­zione per eliminare le cause che genera­no tali stati di sofferenza. Farsi povero, consolare gli affitti non significa andarsi ad aggiungere a coloro che si trovano in questa condizione, ma mettersi dalla loro parte. Gesù ci invita in questo Natale a farci poveri affinché nessuno più sia po­vero, come lui che: “da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventa­ste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9).


di Antonio Scisci

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