Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà E la terra diventò cielo

“Non avranno più fame, né avranno più sete” (Ap 7, 16) si legge nel li­bro dell’Apocalisse. Il superamen­to della fame e della sete sta ad indicare la realizzazione, la pienezza e la completezza.

Nel Nuovo Testamento “aver fame” e “avere sete” ricorrono insieme soltanto nove volte e sono riferiti al semplice biso­gno naturale di sopravvivenza, al ricer­care ciò che è necessario per vivere. Nella quotidianità sentiamo ricorrentemente la necessità di nutrirci e di dissetarci ed ogni volta che soddisfiamo questi biso­gni, gli stessi tornano nuovamente a farsi sentire.

La fame e la sete sono delle esigenze fondamentali per la vita e citarle insieme significa indicare la totalità dell’uomo, in quanto, quando si ha contemporanea­mente fame e sete, vi è un coinvolgimento completo della persona.

“Avere fame” e “avere sete” sono un’esperienza positiva che ci apre a Dio ed è soltanto cambiando l’‘oggetto abi­tuale’ che troviamo la nostra realizzazio­ne e la nostra liberazione. “Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6, 35b). La fame e la sete sono lo stimolo che ci spinge a cercare ciò che ci consente di vivere dav­vero. Ma sono, al tempo stesso, il sintomo di una mancanza, di un bisogno dove l’io riconosce la propria non autosufficienza. Ed è dunque necessario chiedere: “Dam­mi da bere!” (Gv 4,10). Occorre imparate a chiedere non qualcosa che ci risolleva, ci placa per un po’ la fame e la sete e nemmeno un idolo che si arroga il diritto to di soddisfare questo bisogno, lascian­doci al tempo stesso un senso di vuoto ancora più grande. “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’ac­qua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-14).

Nel deserto Dio ha fatto provare al suo popolo la fame per poter scrutare in profondità il suo cuore (Dt 8,1ss). “Avere fame” ed “avere sete” sono dei mezzi che ci fanno comprendere quanto sia neces­sario e vitale la presenza di Dio nella no­stra vita. “Jahve ti ha umiliato e ti ha fatto provare la fame... per farti capire che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni pa­rola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3). Ma oltre alla fame fisica, il profeta Amos ci ricorda la fame spirituale “Ecco, ver­ranno giorni, - dice il Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare la parola del Signore” (Am 8, 11). Occorre provare l’assenza di cibo per poter com­prendere quanto esso sia importante. È soltanto nella malattia che molto spesso si apprezza la salute. L’avere fame e l’ave­re sete sono radicati nella nostra essenza come ‘segno del limite’, come qualcosa che ci spinge oltre, ricordandoci che per poter vivere abbiamo la necessità di qual­cosa di esterno.

È nel desiderio di ascoltare la Parola di Dio che troviamo la sazietà e, al tem­po stesso, quando Dio non parla più, ci accorgiamo di quanto sia preziosa la sua parola. Nella ‘lettura-ascolto’ possiamo incontrare la ‘Parola-pane’ che sfama la nostra fame e la ‘Parola-acqua’ che disse­ta la nostra sete.

L’esperienza della fede sboccia quan­do avviene l’incontro tra l’‘io sono fame’ e l’“Io sono il pane vivo disceso dal cie­lo” (Gv 6,33). Un incontro che apre gli occhi sulla verità di Dio che ci chiama a conformarci a lui (cf. Rm 8,29), a donarci all’altro, fino a darci in pasto. La vita si dischiude divenendo pane, acqua, olio e vino per le innumerevoli fami, seti, ferite e tristezze dell’uomo. Gli ‘affamati di sen­so’ che vengono incontrati dal ‘Pane che dà senso’ diventano pane donato alla tavo­la della vita. Cristo non solo placa la fame e la sete di chi lo segue, ma anche susci­ta il desiderio di nutrirsi del vero pane che è egli stesso (cf. Gv 6) e di dissetarsi all’acqua viva che è il suo Spirito (cf. Gv 7,37ss).

Cristo stesso ha inaugurato la sua mis­sione provando nel deserto la condizione di affamato e di assetato. Essendo messo alla prova, come il popolo di Israele nel deserto, ci ricorda e ci insegna che il bi­sogno essenziale dell’uomo è la Parola di Dio, è fare la volontà del Padre (cf. Mt 4,4). Sulla croce, avendo bevuto “il calice che il Padre gli aveva dato” (Gv 18,11), ci dimostra che la sua sete è inseparabile da questa volontà. Avendo sentito com­passione per la folla affamata, moltiplicò nel deserto i pani e i pesci (Mt 14,14ss). Ha voluto sottolineare nella parabola del Padre misericordioso il fatto che il figlio prodigo soltanto quando fu ridotto alla fame si è ricordato del padre che lo stava aspettando (cf. Lc 15,14-20).

Ha narrato la parabola del povero Lazzaro, bramoso di sfamarsi invano con le briciole che cadevano dalla tavola del ricco epulone (cf. Lc 16,19-31). Ci ha comunicato che, nel giorno del giudizio finale, l’avere sfamato i bisognosi sarà un’opera considerata come fatta a lui stesso e, sarà ricompensata con il premio eterno (cf. Mt 25,34-37).

Nel discorso della montagna non ha esitato ha dichiarare “beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, per­ché saranno saziati” (Mt 5,6). L’invito che scaturisce da queste parole di Gesù è di desiderare per la nostra vita ciò che è veramente essenziale. Ognuno di noi è chiamato ad avere fame e sete anzitutto della volontà di Dio: “venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”, recitiamo nel Pa­dre nostro.

Occorre fare della volontà del Padre il “cibo” quotidiano della nostra esistenza, così come ci ha insegnato Gesù (cf. Gv 4,34).

La volontà di Dio deve diventare il punto di riferimento del nostro volere e del nostro essere, memori che è nel ‘cielo’ che si fa la volontà di Dio e che allo stes­so tempo la ‘terra’ diventa ‘cielo’, quando in essa si adempie alla sua volontà, dive­nendo luogo di amore, di bontà, di verità e di bellezza.

di Antonio Scisci

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