“Nessuna parola cattiva esca alla vostra bocca”. Egli ci insegnerà cosa dobbiamo dire

 “Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere com’è che dovete rispondere a ciascuno” (Col 4,6).
Ogni nostra azione, ogni nostra pa­rola deve essere sempre piena di grazia. Entrare in dialogo con chi gli sta accan­to non significa parlare alternatamente, a botta e risposta. Il vero dialogo è re­lazione, non si esprime solo a parole, si realizza nel riconoscimento e nel rispetto dell’identità dell’altro. L’altro non è un nemico da vincere, né il prolungamento di me, né tanto meno la cassa di risonan­za del mio pensiero. Nel dialogo si realiz­za un’armonia che tende ad un bene reci­proco che coinvolge non solo le persone in dialogo, ma anche tutto il tessuto che ci circonda.

Non è semplicemente parlare insieme, ma essere consapevoli del proprio limite e nonostante tutto aprirsi all’altro, ospitarlo dentro di sé e trasformarsi, accettando un po’ dell’altro senza dimenticare la propria identità, che diviene al tempo stesso più forte e feconda, perché purificata dalle opacità difensive. Molto spesso ascoltare diventa un silenzioso affilare le armi, in attesa del proprio turno per parlare con lo scopo di vincere e non di convincere (vincere insieme).

“Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’a­scolta” (Ef 4,29). È la misericordia, l’amore la chiave che può tutto. Il nostro parlare dovrebbe essere sempre puro preservan­do se stessi e gli altri dall’amarezza, dalla  contesa e dal malanimo. ‘Parlare con gra­zia’ significa parlare con amabilità e dol­cezza, significa accendere d’amore l’altro facendolo partecipe della bellezza e della verità.

Questo non significa utilizzare sem­pre parole piacevoli e soavi, ma sceglie­re le parole più appropriate a seconda del nostro interlocutore. È parlare come avrebbe parlato Cristo. Se siamo gelosi di un altro, la tentazione sarebbe quella di dirgli parole scortesi, ma se viviamo come dovrebbe essere colui che è ricolmo dello Spirito, Egli “ci insegnerà in quel momento stesso quello che dobbiamo dire” (cfr. Lc 12,12). Dobbiamo sforzarci di dire tutto il bene possibile e mai il male. Allora ci ac­corgeremo che l’intera nostra disposizio­ne d’animo cambierà assumendo il tono stesso della nostra voce. Occorre ‘con­dirle con il sale’, con quel brio, con quel piccantino che è proprio del sale e che è gradevole al palato. Bisogna essere dei bravi cuochi e saper scegliere quale sale utilizzare per preparare e condire la pie­tanza. Il sale insaporisce e al tempo stesso mette sete, perciò il discorso deve essere al tempo stesso vivace, stimolante. Il sale altresì è utilizzato come agente antisettico per preservare il cibo dal decadimento e dalla corruzione. Allo stesso modo il no­stro parlare dovrebbe essere puro per pre­servare i rapporti umani da ciò che li possa guastare.

Gesù sapeva bene quando era oppor­tuno parlare e quando tacere. Le persone che lo incontravano avevano sete di Dio (Nicodemo, Maria Maddalena...). Il Ver­bo del Padre posando la tenda in mezzo a noi (cfr. Gv 1,14) è diventato l’Emmanue­le, ovvero la parola incarnata destinata a proclamare agli uomini la misericordia di Dio e i suoi disegni eterni di amore. Le sue parole sono autorità, perché lui stesso è la Parola per essenza. Perciò le sue parole reclamano la fede nella verità che esse proclamano e, soprattutto, nella persona di colui che parla. Reclamano la fede, perché le sue parole sono parole che contengono una energia che è mezzo di salvezza e potenza di santificazione: sono parole di vita (cfr. Fil 2, 16), parole di gra­zia (cfr. At 14,3), parole di riconciliazione (2Cor 5,19). Sono parole che realizzano ciò che dicono.

È un parlare che edifica. Perciò, dob­biamo usare solamente parole dette con amore, e parole vere, parole bene pensa­te, parole sensibili, parole che edifichino, parole che confortino, parole che diano benedizioni, parole dette con umiltà, con saggezza, parole di ringraziamento, pa­role che promuovano la pace. Potrebbe sembrare umanamente impossibile parla­re in questo modo, ma chi è in Cristo, ha la potenza di Dio che opera in lui: “ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a par­lare e lento all’ira” (Gc 1,19).

Il dialogo non è un mero processo linguistico, ma una completa esperien­za umana che coinvolge tutta l’essenza dell’uomo. Non solo occorre conoscersi, ma al tempo stesso conoscere le emo­zioni e i sentimenti dell’interlocutore. Consapevolezza di sé e chiarezza della propria posizione. Dio ascolta e conosce le ragioni del suo interlocutore. Ascoltare l’altro è il presupposto indispensabile per­ché si insaturi una relazione, altrimenti vi è un mero parlare tra sordi. Nella Bibbia Dio non solo ascolta, ma chiede ascolto: Shemà.

Nel Dialogo è molto importante il si­lenzio, o meglio i silenzi, l’attesa di una risposta che tarda a venire. Un lungo si­lenzio induce pazienza, riflessione; spri­giona energie nuove e talvolta inaspet­tate, dimostrando che la via del dialogo non è semplice ed a volte è sofferta.

Il dialogo non è altro che la continua­zione e il completamento dell’Eucaristia ricevuta. L’Eucaristia è ‘pane donato’ e ‘sangue versato’; è condivisione di tutto il Cristo per noi; è la comunicazione della sua stessa intimità. Come Cristo si rende presente in mezzo a noi con il suo corpo e il suo sangue, così nel dialogo noi ci ren­diamo presenti gli uni agli altri spezzan­do la nostra vita per gli altri. E come se di­cessimo prendi e mangia la mia essenza.

Dialogando noi doniamo agli altri ciò che siamo, in una misteriosa alchimia di­vina che si manifesta con la parola e l’a­scolto.

di Antonio Scisci

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