I miti erediteranno la terra La beatitudine delle generazioni future

 

“Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo colti­vasse e lo custodisse” (Gn 2,15). Sia­mo chiamati per essere ‘custodi’ della creazione, non ‘conservatori’.

Una custodia accompagnata dall’im­pegno della coltivazione. Dio ci vuole co-creatori con lui, ci associa alla sua opera di bellezza e di bontà: nel libro della Gene­si il mondo è sette volte bello e tre volte benedetto.

La terra ci è stata donata da Dio, dopo essere stata creata ed ornata di piante, di acqua, di luce e di animali. L’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, viene posto al centro della terra, con il compito di governarla, amministrarla e dominar­la in comunione con il suo Creatore. Im­pastato con il fango della terra ed anima­to dallo spirito divino, l’uomo trova nella terra la solidarietà, un luogo di incontro con Dio e con i fratelli.

La vita dell’uomo dipende interamen­te dalle ricchezze che la terra ha in sé e dalla sua stessa fertilità. Essa è la cornice provvidenziale dell’uomo: “I cieli appar­tengono a Jahve, ma la terra egli l’ha data ai figli di Adamo” (Sal 115,16). Essere ‘custodi’ della terra significa instaurare con essa un’intima relazione. La terra non è ‘altro’ da noi: anche noi siamo terra e viviamo in intima relazione con essa. Se l’acqua non è salubre, l’aria non è pura, il cibo non è sano, il clima non è equilibra­to, neppure la vita umana sarà felice. Sia­mo fatti di atomi e di molecole, gli stessi che costituiscono l’universo, siamo in al­tri termini ‘polvere di stelle’. Non siamo posti “sopra”, ma “dentro” il creato. Adamo è nato dalla terra (cf. Gn 2,7), gli animali sono creati dal suolo (cf. Gn 2,19), in tutti i viventi risiede lo stesso “alito di vita” (Gn 7,22). Tutto il creato è coinvolto da una profonda relazione eco­logica. Quindi custodire la terra è custodi­re l’umanità: siamo co-creatori, ma anche co-creature. Se da una parte l’uomo ‘cura’ la terra, d’altro canto la terra nutre l’uma­nità.

Tutti i popoli hanno percepito questo intimo legame al punto di utilizzare l’im­magine molto veritiera della terra-madre o della terra-donna. In questa esperienza di stretta relazione, una vera e propria al­leanza, l’uomo scopre se stesso e trova la sua origine: “beati i miti, perché eredite­ranno la terra” (Mt 5,5). Nella mitezza in­tesa come ‘inermità’ e non come ‘merito’ che ci ritroviamo e ci riappropriamo della nostra-terra. “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

La vera vittoria non consiste nel fare vittime, dice Agostino d’Ippona, ma nel farsi vittima. Molto spesso nella nostra vita investiamo buona parte delle nostre energie per primeggiare, per far sentire la nostra presenza e la nostra importanza. La mitezza dà vita e genera vita dando spazio agli altri. Sembrerebbe, per alcu­ni versi, che la ricompensa per i miti sia identica a quella dei poveri di spirito, in realtà siamo su due livelli diversi. Nella prima beatitudine vi è un rapporto diretto e spirituale tra l’uomo e Dio; in questa be­atitudine siamo chiamati ad instaurare un rapporto tra noi e la terra, tra noi e il pros­simo.

Ereditare la terra significa posseder­la, non in un senso di possesso violento, di brama e di avidità, ma in un posses­so amorevole, perché i miti sono capaci di amare e possedere a beneficio di tutti. Diventare miti significa prendersi cura di se stessi e degli altri, imparando ‘a stare con’, senza ‘stendere le mani su’. Essere miti è credere che la prima terra che eredi­teremo sarà il nostro cuore; ci sentiremo non padroni, ma destinatari di un dono, del grande dono che è la vita. “Vi prende­rò dalle genti... e vi condurrò sul vostro suolo... vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo... abitere­te nella terra che io diedi ai vostri padri... moltiplicherò il frutto degli alberi e il pro­dotto dei campi... e si dirà: la terra che era desolata, è diventata ora come il giardino dell’Eden” (Ez 36,24-35).

Gesù venendo nel mondo, inaugura un nuovo modo di vivere sulla terra. Eleva la mente ed il cuore di ogni uomo invitan­doci a non affannarci per nulla: “Non af­fannatevi dicendo ‘Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indossere­mo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,31-33).

Gesù ci insegna a considerare la terra come luogo di fraternità: come una patria, anche se provvisoria, che va amata, come lui stesso l’ha amata fino a piangere (cf. Lc 19,41-44). Una terra che non deve essere sfruttata a danno dei più deboli (cf. Mc 7,9-13; 12,38-40), ma un luogo dove tutti possono trovare il cibo necessario per sfa­marsi (cf. Mc 6,34-44).

Gesù invita a rinunciare a ciò che si ‘possiede’: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo” (Mc 10,21).

Infatti “chiunque avrà lasciato case... o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eter­na” (Mt 19,29). Vivere senza bramare, senza attaccarsi alla ‘terra’ e al desiderio di accumulare tesori “perché non di solo pane vive l’uomo” (Mt 4,4). Non bisogna perciò disprezzare la terra, ma riportar­la al suo posto (cf. Mt 6,26-30). Non è un caso che Cristo abbia scelto il pane e il vino come segni sacramentali della sua presenza in mezzo a noi. Il Corpo di Cri­sto è la vera terra che ci fornisce il vero nutrimento.

Terra nuova per uomini nuovi.

di Antonio Scisci

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