Se dall’azione dell’uomo traspare la bellezza Quella è proprio un’opera di Dio

“In pace mi coricherò, in pace dor­mirò, perché tu solo Signore mi fai abitare al sicuro” (Sal 4, 8). La Bibbia ci invita ad avere fiducia in Dio sempre, anche quando dormiamo, quando siamo indifesi.

Dio ci ha accordato la capacità di esercitare la fede per poter avere pace, gioia e dare uno scopo alla vita. Tutta­via, per esercitare il suo potere, la fede deve essere fondata su qualcosa. Non c’è fondamento più solido della fede nell’amore che il Padre celeste ha per noi, la fede nel Suo piano di felicità e la fede nella capacità e volontà di Gesù Cristo di adempiere tutte le Sue promes­se.

L’esperienza di Giacobbe fuggiasco che si addormenta nel deserto, dopo aver posto una pietra come guanciale, e al suo risveglio esclama: “Dio era in questo posto e io non lo sapevo!” (Gn 28,16), ci rammenta l’importanza di avere sempre fiducia in Dio. Avere fede è credere che Dio si fa presente e ci pro­tegge in ogni situazione.

Come Abramo “ebbe fede, speran­do contro ogni speranza” (Rm 4,18) che, sebbene vecchio, sarebbe divenuto padre di molti popoli, così Maria cre­dette che, per opera dello Spirito Santo sarebbe diventata la madre del Figlio di Dio.

Nella fede in Dio sperimentiamo la sicurezza: quella condizione che ci fa sentire e ci rende esenti da pericoli e che ci dà la possibilità di prevenire, eliminare e rendere meno gravi i danni, i rischi, le difficoltà, che la vita di ogni giorni di pone dinanzi. La sicurezza di Dio è rivelazione. La si può apprende­re solo vivendo. La si apprende sia nel­la ‘visione luminosa’ (nell’incontro con Dio) in una ‘notte oscura’, e sia nell’in­contro con il fratello ostile.

Dio aveva detto a Giocobbe: “Io sono con te e ti proteggerò dovunque andrai” (Gn 28,15). E dopo molti anni Giacobbe poté dire al fratello Esaù, che lo accolse superando inimicizia e de­siderio di vendetta: “Io ho visto il tuo volto come uno vede il volto di Dio” (Gn 32,10). Il volto s-conosciuto di Dio è ri-conosciuto nel volto di colui che rite­nevamo ostile e che abbiamo ritrovato come fratello. Per poter abitare in sicu­rezza occorre aprirsi a questo incontro.

Per poter vedere e riconoscere il vol­to di Dio occorre ascoltare la sua parola e vedere le sue opere e scopriremo che tutto è gestis verbisque, intreccio di pa­rola e azione.

Il Dio che opera salvezza e benedi­zione è colui che nel farlo dice se stesso, che lascia traccia di sé, che chiama, che insegna e che coinvolge. Un Dio che si comunica e che nel comunicarsi inter­pella, trasforma e vivifica l’interlocuto­re.

Creazione e storia appaiono tra loro unite: spazio di comunicazione vitale, nel quale le creature vengono condotte alla piena verità della loro vita.

Teilhard de Chardin ci aiuta a com­prendere questo legame intrinseco parlando della potenzialità della ma­teria, che nel suo pensiero porta oltre se stessa: “un grembo gravido di vita, di intelligenza, persino di quell’Omega cristico, che ancora attente pieno com­pimento”.

Nella misura in cui la comunicazio­ne sa davvero essere efficace azione di vita, qualunque sia il linguaggio, pos­siamo vedere in essa una sintonia con la comunicazione del Dio che ama la vita e la fa’ crescere.

Abitare in sicurezza significa crede­re che la terra che ci è stata donata da Dio è comunicazione fondante. Questo non significa vedere e cogliere imme­diatamente in ogni azione comunica­tiva un tassello del grande disegno di Dio: tra il suo e il nostro agire vi è una maior dissimilitudo. La somiglianza è parziale, analogica. Nella misura in cui la nostra azione lascia trasparire la bel­lezza del creato, il suo valore, la gratitu­dine, allora essa può essere vista come opera dell’agire divino. La bellezza è la chiave di lettura: e vide che era cosa buona (cf. Gn 1).

“Non preoccupatevi di essere belli all’esterno... cercate invece la bellezza nascosta e durevole del cuore” (1Pt 3,3-4).

Nel cuore è custodita la bellezza na­scosta e durevole, che l’apostolo Pietro invita ad “adornare con un’anima in­corruttibile piena di mitezza e di pace” (1Pt 3,4). L’appello al cuore come inte­grità della persona (unità organica, on­tologica, spirituale, morale), luogo della bellezza nascosta e incorruttibile dello spirito, costituisce la vera svolta per po­ter abitare in sicurezza.

È un’esperienza mistica tesa ad “acquistare la piena intelligenza”, che come ci ricorda l’apostolo Paolo non si raggiunge individualmente, né è frut­to di un superbo isolamento della ra­gione, ma è un’autentica ‘spiritualità di comunione’, per mezzo dei “cuori uniti nell’amore”, uniti per contempla­re i divini misteri, “per accedere nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,7).

di Antonio Scisci

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