Capostipite della generazione dei figli di Dio Viene tra noi il nuovo Adamo

 

“Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gn 1,28). La dimensione della fecon­dità, che non consiste soltanto nel suo aspetto strettamente fisico, è uno dei grandi temi della tradizio­ne biblica. Alla nascita del primo figlio Eva gioisce per il dono della fecondità: “Ho acquistato un figlio con il favore di Jahve” (Gn 4,1). Tutto il libro della Genesi è un richiamo di generazioni e genealogie, di matrimoni e di benedizioni divine, vol­te ad assicurare “una posterità numerosa come le stelle del cielo e la sabbia in riva al mare” (Gn 4,1).

La fecondità, però, non va intesa esclusivamente come fertilità, ma come fecondità globale dell’essere vivente che coinvolge la sua capacità creativa, rela­zionale, spirituale, tutta la persona.

Difatti nella Bibbia, molte donne chia­mate a realizzare il disegno di Dio sono inizialmente impoverite sotto questo aspetto, tanto da essere addirittura ste­rili: Sara, Rebecca, Rachele, la madre di Sansone, Anna la madre del grande Sa­muele, Elisabetta la madre di Giovanni il Battista. La sterilità le porta a compiere un cammino interiore, a riscoprire la ‘fecondi­tà dell’esistenza’ che sprigiona e celebra la bellezza dell’esistere in tutte le sue forme.

In preda alla sofferenza Rachele gri­dò a Giacobbe “dammi dei figli, se no io muoio!” (Gn 30,1).

Nella sterilità Rachele riconosce di es­sere lo specchio di quell’abbondanza che vede presente nella creazione e che dalla creazione straripa come un fiume in pie­na verso l’uomo coinvolgendolo nell’ar­monia della vita. Dio si manifesta sempre come Colui che dà la vita (cf. Gen 1 e 2; Dt 30,15-20).

Con Gesù Cristo si è manifestato il senso pieno della fecondità. Egli è appar­so come il nuovo Adamo, capostipite di una generazione spirituale propria dei figli di Dio: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli? [...] Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è mio fra­tello, sorella e madre” (Mt 12,48-50). Solo rimanendo uniti a Cristo, come il tralcio alla vite (cf. Gv 15,1-8) porteremo frutto e glorificheremo il Padre che è nei cieli: fonte di ogni fecondità (cf. Mt 5,16). Sia­mo chiamati, dunque, ad instaurare un rapporto d’amore fecondo.

Nella Bibbia l’uomo e la donna sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio e come coppia. La diversità tra ma­schio e femmina implica da una parte una ‘naturale diversità’ e, dall’altra, una ‘natu­rale apertura’ ad un rapporto ‘io-tu’. Il libro della Genesi ci presenta questo rapporto come una relazione consistente sia nella reciprocità e complementarietà e sia nella tensione fra due realtà che si respingo­no o che vivono un rapporto sbilanciato: “Poi il Signore Dio disse: ‘Non è bene che l’uomo rimanga solo; farò per lui un aiuto che gli sia di fronte/contrapposto’” (Gen 2,18). Tutto sta nell’agire dell’uomo, nel riconoscere nell’altro se stesso, nel ricono­scersi “immagine e somiglianza di Dio”.

Quando ci sia ama di un amore auten­tico Dio è con noi. In questo consiste la fecondità: ritrovarsi nell’altro, ritrovare Dio nell’altro. L’altro è per noi un aiuto per crescere, uno specchio dove poterci riflet­tere, per rientrare in possesso della nostra essenza. In ebraico si utilizza il termine ’ish per indicare l’uomo, mentre la parola ’ishà per designare la donna. In entrambe le parole è contenuta una delle prime let­tere del Tetragramma Jh, il nome di Dio e il termine fuoco ’esh.

Quando vi è l’unione tra l’uomo e la donna Dio è presente in mezzo a loro, ma quando essi sono disuniti in loro è pre­sente il fuoco divoratore ed annientatore. Dio manifesta la propria presenza nell’u­nione, nel movimento di amore che spin­ge l’uomo e la donna l’uno verso l’altro, che li fa uscire da se stessi per accogliere e per essere accolti, per amare e per essere amati.

Il primo aspetto della fecondità è es­sere segno della presenza di Dio l’uno per l’altro, diventare strumento divino che per mezzo dell’amore santifica la storia di ognuno.

È in questa dimensione trascendente che si colloca anche l’altro aspetto della fecondità: la procreazione dei figli. Se, per tutti gli altri esseri viventi, il “siate fecon­di e moltiplicatevi” risponde ad un istinto naturale, per l’uomo e la donna costituisce invece una scelta d’amore responsabile: sono il segno di un dono totale reciproco che si apre alla vita accogliendola come dono divino nello sforzo continuo di un serio discernimento. È un cammino di fede: “Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie. Vivrai del la­voro delle tue mani, sarai felice e godrai d’ogni bene. La tua sposa come vite fe­conda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Così sarà benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion! Possa tu vedere la prosperità di Ge­rusalemme per tutti i giorni della tua vita. Possa tu vedere i figli dei tuoi figli. Pace su Israele!” (Sal 128, 1-6).

L’augurio per queste festività natalizie è quello di essere fecondi, di accogliere ancora una volta in noi stessi quel Bambi­no, che è Cristo Signore, per vivere della sua stessa vita, per far sì che i suoi senti­menti, i suoi pensieri, le sue azioni, siano i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le no­stre azioni. Per far sì che ciascuno diventi lui per ogni prossimo che incontrerà sulla sua strada.

Viviamo e celebriamo con gioia, con novità e con meraviglia la venuta di Cri­sto in mezzo a noi.

La Redazione

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