In ogni chiamata l’invito del Maestro: “Non indurite il vostro cuore”

“Venite con me, vi farò diventare pe­scatori di uomini’. Quelli abbando­narono le reti e lo seguirono subi­to” (Mc 1,17-18). Nella chiamata dei primi discepoli si evince subito il potere di attrazione che emana la figura di Gesù Cri­sto, tanto da indurre questi uomini a rinun­ciare a tutto ciò che fino al quel momento li aveva motivati e coinvolti: lo stile di vita di ogni giorno, le amicizie, le conoscenze, il lavoro, la famiglia stessa. E tutto questo accede ‘subito’, parola molto cara all’e­vangelista Marco che nel suo vangelo la utilizza ben 42 volte. Gesù doveva sicu­ramente sprigionare un intensa luce che conquistava e donava libertà, apertura, sicurezza e fiducia.

Ad ogni chiamata nessuno ha il pote­re di costringere, ma in essa è insito un rapporto dialogico aperto, immediato e sereno tra colui che chiama e colui che ascolta. La risposta alla chiamata sca­turisce dalla riscoperta in se stessi della verità che risulta essere profondamente nascosta nel cuore di ogni uomo e che ognuno è chiamato a realizzare.

Gesù con la sua chiamata invita a vi­vere una esperienza piena di libertà, di autonomia, alimentata dalla verità che ognuno porta in sé.

I primi discepoli hanno lasciato ogni cosa (cf. Mt 19,27), hanno abbandonano ogni certezza e hanno scoperto che ciò che costruisce l’esistenza vera non è l’a­vere un lavoro, il ricoprire un ruolo nella società, il guadagno o l’avere, ma è l’A­more. I primi discepoli restano sempre ciò che erano: dei pescatori. Ma il loro me­stiere compie un salto, assume un volto nuovo. Le qualità adoperate nel loro me­stiere vengono traslate in un piano diver­so, al fine di migliorare l’incontro con gli altri. In sintesi un pescatore possiede pa­zienza, vigilanza, prontezza, perseveranza, pacatezza. Tutte virtù utili e importanti per essere “pescatori di uomini”.

Nella sequela di Cristo i discepoli sperimentano il coraggio di andare oltre, crescendo in umanità e fiducia, in quanto il loro maestro è coraggioso, ma lo è per l’uomo, per guarirlo, per salvarlo, per li­berarlo. Essere discepoli significa essere capaci di ascoltare ed essere disposti a se­guire anche quando non si comprende la Parola. L’insegnamento del Maestro aiuta il discepolo a coniugare la propria realtà interiore con la vita di ogni giorno, con l’ambio sociale nel quale si opera. Come Gesù era direttamente attento nei con­fronti di Pietro, Andrea, Giacomo e Gio­vanni, così è attento con ciascuno di noi: ci prende per mano e ci conduce alla ri­scoperta di noi stessi. Nella parola “segui­mi” è insito l’invito a rivalutare la propria esistenza. Ognuno di noi è chiamato a donare la propria vita con coraggio a Co­lui che te la restituisce libera e finalmente risanata e guarita.

In ogni chiamata vi è un invito ad ascoltare la voce di Dio e a “non indurire il cuore” (Sal 95,8).

Nella Bibbia molte sono le chiama­te straordinarie che Dio riserva nei con­fronti di coloro che ha scelto: in primis ricordiamo Abramo (Gn 12), poi Mosè (Es 3,10.16), Isaia (Is 6,9), Geremia (Ger, 1,7), Ezechiele (Ez 3,1.4), Amos (Am 7,15) e nel Nuovo Testamento quella dei dodi­ci apostoli (Mc 3,13-18) di Sualo sulla via di Damasco (At 12,1-19). Ogni chiamata è rivolta alla coscienza di ogni individuo, il quale si sente come cambiato in un altro uomo. Certe volte Dio chiama il singolo per nome. Nella chiamata di Abramo: “Dio gli disse: ‘Abramo, Abramo!’. Rispo­se: ‘Eccomi’” (Gn 22,1); così come nella chiamata di Mosè, di Geremia e di Amos. Non solo Dio chiama, ma in alcuni casi cambia il nome, per meglio imprimere nell’anima il profondo significato della vocazione: “Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abraham, perché ti ren­derò padre di una moltitudine di popo­li” (Gn 17,5); “Non ti chiamerai più Gia­cobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto” (Gn 32,29).

Nel Nuovo Testamento “Gesù, fissato lo sguardo su Simone. Gli disse: ‘Tu sei Simone, figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)’” (Gv 1,42). Altre volte Dio non chiama direttamente, ma per interposta persona: Saul e Davide, entrambi vengono informati da Samuele (cf. 1Sam 10,1; 16,12).

Ad ogni sequela vi è l’incontro tra ‘vo­cazione e amore’. L’amore è chiamata, è impegno, è libertà di scelta ed è responsa­bilità di coerenza nella fedeltà. ‘Amore e vo­cazione’ camminano insieme: in entrambi vi è il mistero e la scalata verso l’invisi­bile. In Abramo, Mosè, Geremia, Osea, Pietro, Maria di Magdala...l’Invisibile si è fatto visibile. Ed è per questo che quan­do ‘amore e vocazione’ coincidono si sperimenta l’intimità totalizzante. Non si tollera più il voltarsi indietro per porre mano all’aratro; non si tollerano più colo­ro che sono sempre pronti a calcolare se conviene fare questo o quello. Nell’amore come vocazione l’unico scopo diventa la trasfigurazione: il tornare ad assaporare e gustare la pace interiore, la pienezza di ogni senso, la creatività gioiosa e feconda, il gusto del vivere il momento presente.

di Antonio Scisci

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