“Non è bene che l’uomo sia solo” Creati a immagine di Dio per essere dono

“Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,18). In queste parole espresse da Dio vi è l’invito esplicito a non vivere la solitudine, in quanto in essa l’uomo si espone alla tristezza, alla vergogna, alla tentazione. L’uomo da solo è fragile, per questo è chiamato a vivere in comunione con Dio che lo ha creato e con il prossimo che gli è simile. È nello spiri­to di solidarietà e di amorevole amicizia, che ognuno sovviene ai bisogni dell’altro, a seconda delle proprie capacità e doni.

La società odierna, basata principal­mente sull’egoismo e non sulla verità, genera solitudine: non solo quella delle persone non sposate, delle vedove o de­gli anziani, ma anche la solitudine del fi­glio che non trova nei propri genitori la necessaria comprensione; la solitudine nella coppia che non vive un rapporto autentico e non vi è, di conseguenza, dia­logo profondo; la mancanza in generale di qualcuno che ti ascolti, ti comprenda, ti accompagni.

Nel libro della Genesi dopo aver af­fermato che “non è bene che l’uomo sia solo” leggiamo il desiderio di Dio a non abbandonare l’uomo: “gli voglio dare un aiuto che gli sia simile” (Gn 2,18). Un aiu­to che non significa qualcosa di subalter­no, ma un aiuto vitale. Era necessario che Adamo entrasse in relazione con un altro essere che fosse al suo livello e potes­se così esprimere quell’amore nel quale l’uomo-persona diventa dono e mediante questo dono attua il senso stesso del suo essere ed esistere. L’uomo può esistere ed avere una propria identità solo in relazione con l’altro. Per questo “esse­re ad immagine e somiglianza di Dio” implica esistere in relazione.

Dio non è un essere solitario, ma la misteriosa comunione di tre Persone uguali e distinte: il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo ed è insito in Lui questo desiderio che ogni uomo viva non solo in armoniosa comunione con Lui, ma anche con i propri simili e con tutto il creato. L’uomo e la donna, quindi, cre­ati come unità dei due, sono chiamati a vivere una comunione d’amore e in tal modo a rispecchiare la comunione trinitaria. Ogni uomo è fatto per ama­re e “non è bene che sia solo”, proprio perché da solo non realizzerà se stes­so. Per Dio esiste solo la persona in comunione, dove l’essere in relazione, in comunione è essenziale. Siamo stati creati per farci dono totale. Impariamo ad amare ed essere dono.

“Sii come un padre per gli orfani e come un marito per la loro madre e sarai come un figlio per l’Altissimo, ed egli ti amerà più di tua madre” (Sir 4,10). Dio protegge il povero, lo stra­niero, la vedova e l’orfano (cf. Is 17.23) ed esige che siano particolarmente protetti (Es 22,21ss); in mancanza di appoggi umani Dio stesso interviene liberando i prigionieri, ridonando la vista ai ciechi, rialzando chi è caduto, proteggendo lo straniero, dando so­stegno all’orfano e alla vedova e scom­binando le vie degli empi (cf. Sal 146, 7-9).

La solitudine è anche rivelatrice di salvezza, in quanto diventa un invito alla conversione e a rivedere la propria vita. L’esperienza della malattia, della sofferenza possono essere un modo per ritornare a se stessi, un tempo per riflettere e ritornare a Dio (cf. Gb 19,13-22). Dio abbandona l’uomo che non si converte e preferisce l’esilio come unica via di ritorno: soltanto Dio può strapparlo dalla solitudine e renderlo fecondo (cf. Is 49,21; 54,1ss).

Con la venuta di Gesù vi è l’inten­to di instaurare la comunione con Dio, lacerata dal peccato. Per questo ha as­sunto su di sé la stessa solitudine: ha vinto le tentazioni nel deserto (cf. Mt 4,1-11; 14,23); si è ritirato da solo a pre­gare (cf. Mc 1,35-45; Lc 9,18); ha sudato sangue (cf. Lc 22,44); ha provato il sen­so di abbandono degli apostoli (cf. Mc 14,50) e ha sperimentato l’abbandono del Padre (cf. Mt 27,46). Il tutto “per riunire insieme i figli di Dio dispersi” (Gv 11,52) e ad attirare a sé tutti gli uomini (cf. Gv 12,32). Si è presentato come colui che va in cerca della peco­rella smarrita e la recupera dalla sua drammatica situazione (cf. Lc 15, 4-7); come colui che attente il ritorno del fi­glio prodigo, colui che sperimenta la solitudine provvidenziale (cf Lc 15, 11-32). Soltanto nel silenzio la parola di Dio penetra nell’anima e l’uomo ricono­sce le proprie colpe e “inonda di pianto il suo giaciglio” (Sal 6,7). Soltanto nel silenzio Dio parla al cuore, per questo ognuno è tenuto a ritagliarsi un po’ di tempo per ritirarsi ed incontrare il Si­gnore.

La solitudine e il silenzio, soltanto se sono scelti, diventano un mezzo di crescita interiore; sono due discipline che possono essere considerate come un digiuno dall’interazione e dalla comunicazione con gli altri, per inte­ragire e comunicare solo con Dio nel­la profondità del proprio cuore. È un allontanarsi dall’influenza delle circo­stanze in cui viviamo normalmente, liberandoci dalle distrazioni per con­centrarci più facilmente e più a fondo su noi stessi e su ciò che Dio vuole dirci, solo in questo modo possiamo rinnovarci e fortificarci.

 

di Antonio Scisci

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