SCENDI SUBITO DA QUEL SICOMORO MI FERMO A CASA TUA

“Gesù alzò lo sguardo e gli dis­se: ‘Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua’. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia” (Lc 19,5-6). In questo brano biblico viene eviden­ziato il disegno di Dio sulla umanità: liberare ogni uomo dalla solitudine, per restituirlo alla vivacità della condi­visione e della solidarietà.

Nel cuore di ogni incontro trasfor­matore vi è, da un parte, il desiderio di vedere e di incontrare il Cristo e dall’altra lo sguardo misericordioso di Gesù.

Zaccheo, esattore capo di Gerico, ri­mane affascinato da Gesù, tanto da desiderare un incontro con lui: diven­tiamo ciò che desideriamo. Ci sono due ostacoli, però, che gli impedisco­no di vederlo: la folla, che lo giudica disonesto ed imbroglione ed il fatto che è piccolo di statura. Ma nonostan­te queste difficoltà, lui imperterrito non si rassegna e cerca la soluzione: l’albero. Zaccheo salì su un albero di sicomoro e si nascose lassù, da dove riuscì a vedere ed incontrare Gesù. Immaginiamo quale imbarazzo ab­bia potuto provare Zaccheo quando è stato avvistato su quell’albero: riu­scire a superare la paura del giudizio degli altri per ritrovare la strada verso se stessi. è in questi momenti che oc­corre seguire il proprio cuore e non la propria mente. È nel cuore, secondo la bibbia, la sede delle facoltà spiri­tuali e della personalità propria di cia­scuno. È la sorgente da dove nasco­no i pensieri, i sentimenti, le parole, le decisioni e le azioni. Per questo il salmista prega: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me una spirito saldo” (Sal 51,12). Nella Bibbia sono descritti due tipi di cuore: il cuore uni­ficato e il cuore doppio. Il cuore uni­ficato è il cuore attento di chi ha un progetto per la sua vita e si sforza di portarlo a compimento, mentre il cuo­re doppio è il cuore di chi non si fida mai di nessuno e smarrisce facilmen­te l’orientamento della sua vita, non sapendo quale direzione prendere.

All’inizio di ogni conversione vi è la ricerca della felicità, la ricerca di una pace e di una gioia interiore, un ritor­nare a se stessi. Zaccheo “cercava di vedere chi era Gesù” (Lc 19,3); inseguiva una fonte di gioia interio­re, qualcosa che desse una risposta alla propria essenza. Aveva con­statato che l’attaccamento ai beni e la ricchezza che possedeva non gli bastavano più. Era ricco, ma la sua vita risultava essere infelice, vuota e piena di solitudine. La ricchezza non fa altro che rinchiudere l’uomo in se stesso: costruendo case, tirando muri e installando allarmi. Non sono le cose che ci fanno felici ma i valori della solidarietà, della condivisione e del servizio agli altri.

“Scendi subito, oggi devo fermarmi a casa tua”(Lc 19,5). In quella affer­mazione “scendi subito” c’è tutto un programma: occorre scendere dai propri piedistalli, dalle proprie certez­ze, dai propri punti di vista per poter incontrare Gesù. Occorre “lasciare tutto”. Quando ci abbandoniamo, ri­torniamo alla casa del padre. “Oggi devo fermarmi a casa tua”, desidero conoscerti, sapere di te, della tua fa­miglia, della tua storia. Ma affinché Cristo entri nella nostra vita, occorre che ognuno di noi esca da se stes­so, dalle proprie sicurezze, dal timo­re di dover cambiare e certo di non potere controllare più nulla. L’incontro tra Zaccheo e Gesù è l’incontro di Dio con ciascuno di noi. È quell’in­contro che restituisce ad ogni uomo e ad ogni donna la propria identità di figlio di Dio. È l’incontro di un Dio che non giudica e che ci chiama per nome. Gesù in Zaccheo intravede la persona umana: guarda il suo cuo­re. Zaccheo, (in ebraico Zaccai), si­gnifica ‘puro’ o ‘Dio si ricorda’. Gesù lo chiama per nome. Per tutti gli altri era “il capo dei pubblicani”, ma per Gesù era Zaccheo (19,5). Chiamare una persona per nome significa dar­le dignità e credere in lei. Gesù non si ferma a esaminare le apparenze, ma scruta nella profondità. Il sentirsi non giudicato smuove le coscienze. “Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia” (Lc 19,6). Quando ci si ritrova, si prova una immensa gioia. È la gio­ia dell’accoglienza che si trasforma in condivisione e solidarietà. L’incontro con Dio è sempre al tempo stesso un dono e compimento di una ricer­ca, è l’esaudimento di un desiderio. Zaccheo desidera vedere Gesù e poi, interpellato, è pronto ad accoglierlo. L’incontro con Gesù cambia la vita di Zaccheo. Gesù veramente non dice nulla a Zaccheo, lo guarda con amore, allora questo pubblicano com­prende e gli dice: “Ecco, Signore, do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quat­tro volte tanto” (Lc 19,8). L’incontro con Cristo disarma e rivoluziona ogni vita e ogni certezza. Dall’incontro con Cristo, Zaccheo ha appreso che la vita ha senso solo nel dono e nel do­narsi agli altri; che quello che si dà è quello che veramente edifica la per­sona, perché ciò che si trattiene per se stessi non si possiede realmente, ma non fa altro che rendere la perso­na infelice.

Zaccheo diviene la figura del ‘disce­polo che non lascia tutto’, come in­vece hanno fatto gli apostoli, ma del discepolo che pur rimanendo nella propria casa e continuando a svol­gere il proprio lavoro è il testimone di un nuovo modo di essere e di vivere: non più basato sul guadagno, ma sul­la giustizia (“restituisco quattro volte tanto”) e sulla condivisione (“dò la metà dei miei beni ai poveri”).

di Antonio Scisci

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