SVUOTÒ SE STESSO DIVENENDO SIMILE AGLI UOMINI”

Oltre ai cosiddetti “vangeli dell’infanzia” (Mt 1-2 e Lc 1-2) che ci parlano in maniera ampia e meditata della nascita di Gesù e di cui abbiamo già scritto su queste pagine qualche anno fa, il Nuovo Testamento presenta altri testi più sobri, ma molto significativi sul mistero dell’incarnazione alcuni dei quali vogliamo questa volta richiamare.

Il primo è un passo della Lettera ai Galati, uno dei più antichi scritti del Nuovo Testamento databile tra il 55 e il 57, in cui l’Apostolo Paolo ripresenta il vangelo alle sue comunità che non hanno compreso le implicazioni del suo annuncio e si stanno indirizzando verso la circoncisione, pensando di poter aggiungere qualcosa alla loro fede e alla loro salvezza. Così con una serie di quattro argomentazioni Paolo dimostra che il vangelo da lui annunziato non è di natura umana, ma divina, in quanto originato dalla rivelazione di Gesù Cristo (cfr. Gal 1,11-12). Ebbene, al termine della seconda dimostrazione (Gal 3,1 – 4,7) Paolo afferma: “Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). In altri termini, Paolo dichiara, con raffinata eleganza letteraria e straordinaria profondità teologica, che al termine della lunga attesa dei secoli, il Figlio di Dio si è fatto uomo perché noi uomini diventassimo figli di Dio.

A Paolo farà eco, circa quarant’anni più tardi, l’Evangelista Giovanni, il quale nel prologo del suo Vangelo dichiara: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,11-14).

Altro brano è un passaggio della Lettera ai Romani, scaturita dallo stesso problema della Lettera ai Galati, ma che si presenta come un’esposizione più calma e più completa delle idee suscitate dalla polemica. All’inizio della lettera Paolo si presenta come “servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio - che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore” (Rm 1,1-4). Nel v. 3 Paolo utilizza una formula di fede primitiva che sottolinea la generazione umana di Gesù nella debolezza e fragilità per contrapporla, nel v. 4, alla situazione spirituale dovuta alla risurrezione, con la quale Gesù viene manifestato quale Messia e Salvatore, come avviene anche nello splendido inno a Cristo della Lettera ai Filippesi: “egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,6-11).

Dai brani citati, come da altri (cfr. Rm 8,3; Col 1,13-22; 1 Gv 1,1 – 2,2; Eb 1; 2; 4,14 – 5,10; 7,1 – 10,18) è chiaro che per gli autori del Nuovo Testamento l’incarnazione fa parte del piano universale di Dio per la salvezza dell’umanità. Infatti, è molto forte il legame tra “carne” e morte, come è evidente in un altro testo paolino che vogliamo qui rammentare, anche perché in esso emerge il tema della pace molto sentito nel tempo natalizio: “Egli è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito” (Ef 2,14-18).

Da questo testo si evince che per il credente la pace non è frutto di compromessi o di strategie politiche, ma è dono di Cristo acquistatoci con la sua morte che va accolto e trasformato in stile di vita, come ha ricordato il Santo Padre nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace lo scorso anno: “chi accoglie la Buona Notizia di Gesù, sa riconoscere la violenza che porta in sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, diventando così a sua volta strumento di riconciliazione, secondo l’esortazione di san Francesco d’Assisi: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori»”.

di Antonio Scisci

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