“CHI GUASTA LA CREAZIONE, SI GIOCA LA SALVEZZA”

Con la lettera enciclica Laudato si’ Papa Francesco ha posto al centro della preoccupazione generale la cura della casa comune, gravemente danneggiata da inquinamento e sfruttamento. Egli afferma: “Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi” (Laudato si’, 2). Per cui il Sommo Pontefice ci chiede: “Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?” (Laudato si’, 160).I racconti biblici della creazione, attraverso il loro linguaggio simbolico e narrativo, ci dicono che “La terra ci precede e ci è stata data” (Laudato si’, 67).

Nel primo racconto (Gen 1) il creato è visto come un tutto armonioso e ordinato. Alla base di tale ordine c’è l’attività di Dio che separa (cf. Gen 1,4.7.9.14), dà un nome (cf. Gen 1,5.10), stabilisce le leggi della riproduzione (cf. Gen 1,11.12), colloca gli elementi al loro posto (cf. Gen 1.17), assegna una funzione (cf. Gen 1,16.17.18), distingue le varie specie (cf. Gen 1,21.24.25). Questa intenzione armonizzatrice di Dio è inoltre sottolineata dalla formula di approvazione che per sette volte (simbolo della perfezione) esprime la bellezza estetica e la bontà etica del creato (cf. Gen 1,4.10.12.18.21.25.31). Al vertice dell’attività creatrice di Dio sta la creazione dell’uomo come immagine di Dio (cf. Gen 1,26), a cui è affidato il cosmo: “Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra»” (Gen 1,28). “L’autore del codice sacerdotale, riguardo al problema del mondo, non conosceva i problemi che oggi ci angustiano. Non era terrorizzato né da un’esplosione demografica né da una minacciante inabitabilità del mondo, causata da un saccheggio irresponsabile. Di conseguenza, nessuna diretta risposta è data circa la responsabilità dell’uomo riguardo la terra” (N. Lohfink). Tuttavia, condanna ciò che tende a distruggere l’ordine e l’equilibrio del cosmo: per la tradizione sacerdotale “chi guasta la creazione, si gioca la salvezza” (N. Lohfink). Pertanto, il “dominio” dell’uomo sul mondo non è monopolio assoluto e distruttore, ma preservazione del mondo.

Nel secondo racconto (Gen 2-3) il creato è il luogo della presenza benedicente di Dio a vantaggio dell’uomo che ha un legame indissolubile con la terra, poiché da essa è stato tratto: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). Questo legame tra l’uomo e la terra si manifesta nel compito di lavorarla e custodirla: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15). Dunque, il lavoro dell’uomo non è sfruttamento arbitrario, ma custodia del mondo: “Mentre «coltivare» significa arare o lavorare un terreno, «custodire» vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future” (Laudato si’, 67).

Queste verità sono state particolarmente messe in evidenza da Gesù, il quale “viveva una piena armonia con la creazione, e gli altri ne rimanevano stupiti: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?» (Mt 8,27). Non appariva come un asceta separato dal mondo o nemico delle cose piacevoli della vita. Riferendosi a sé stesso (sic) affermava: «È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone”» (Mt 11,19). Era distante dalle filosofie che disprezzavano il corpo, la materia e le realtà di questo mondo. […] Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano. È degno di nota il fatto che la maggior parte della sua vita è stata dedicata a questo impegno, in un’esistenza semplice che non suscitava alcuna ammirazione: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (Mc 6,3). Così ha santificato il lavoro e gli ha conferito un peculiare valore per la nostra maturazione” (Laudato si’, 98).

Pertanto, il discepolo, seguendo l’esempio di Gesù, riconosce la bellezza del creato come opera di Dio e si impegna nel mondo presente in attesa dei “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2 Pt 3,13).

di Michele Giannone

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