C’È UN VOLTO DA RESTITUIRE. A DIO PADRE!

“Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»”.

Questo brano del Vangelo ci presenta i farisei che tengono una riunione per cercare di cogliere in fallo Gesù. Essi mandano i loro discepoli i quali iniziano il dibattito polemico: “è lecito pagare a Cesare?». La risposta di Gesù all’interrogativo centrale sul pagamento del tributo all’imperatore è preceduta dalla richiesta di mostrare la moneta e domanda: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. E il Vangelo continua, dicendo: “A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono”. La questione che si pone è: perché Gesù vuole presentare l’“immagine” della moneta? Perché dopo la risposta di Gesù, essi rimasero sorpresi e se ne andarono?

La risposta di Gesù non offre il fondamento teologico all’obbligo di pagare le tasse, bensì fa riferimento unicamente alla “moneta del tributo”. La risposta vera e propria alla domanda degli avversari arriva al versetto 21: “rendete a Dio quello di Dio”.

Il richiamo a dare a Dio il suo è laconico, si tratta, per così dire, di uno spazio vuoto che i lettori devono riempire con quanto ricavano dalla Bibbia e dalla tradizione giudaica: Dio è colui “che abbatte le nazioni davanti a sé e rovescia i re” (Is 41,2). A lui appartiene “la terra e ciò che la riempie, il mondo e tutto ciò che vi abita” (Salmo 24,1). A Dio appartiene tutto: cielo terra e tutti gli uomini, naturalmente, che tutti i regni e tutti gli imperatori. Così diventa chiaro il senso di quello spazio vuoto: per Gesù non si tratta di aggiungere all’obbligo di pagare il tributo perché il vero comandamento è l’obbedienza a Dio.

Il termine “immagine” ci riporta all’Antico testamento dove si dice che Dio ha creato l’uomo secondo la sua immagine (Cfr. Gn 1,26). L’uomo è immagine di Dio, un’immagine bella, pura, non ancora sotto la dominazione del peccato. è il peccato che ha offuscato la vera immagine di Dio sull’uomo. Gesù, invece, vuole “ricondurre” a sé l’immagine dell’uomo con la sua parola “restituite a Cesare quello di Cesare, quello di Dio a Dio”.

Dio è diverso da Cesare e dagli imperatori di questo mondo; essi vogliono imprimere la loro immagine sulla moneta perché tutti la vedano, ricordino il loro contributo e la loro autorità. Invece il mondo di Dio è diverso, Dio non vuole iscrivere sulla “moneta” ma sull’uomo. Perché l’uomo è la sua vera immagine. In questa occasione Gesù vuole restituire all’uomo la vera immagine di Dio e della sua creazione, perché con il peccato e i suoi misfatti, l’uomo diminuisce il valore della sua natura.

Come al tempo di Amos, il valore dell’uomo è paragonato ad un denaro e ad un paio di sandali: “Per tre misfatti d’Israele e per quattro non revocherò il mio decreto, perché hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali” (Amos 2:6). Al tempo di Gesù l’uomo ha un valore inferiore a quello di una pecora: “Chi tra voi, avendo una pecora, se questa gli cade di sabato in una fossa, non l’afferra e la tira fuori? Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora! Perciò è permesso fare del bene anche di sabato”. (Mt 12,11-12). La conclusione di Gesù sembra che non soddisfi gli erodiani e i farisei e zeloti. Gli erodiani erano d’accordo nel pagare le tasse e i farisei erano d’accordo nel riconoscere il principio della fedeltà a Dio, unico Signore. Gli zeloti, invece, deducevano da questo principio la necessità di rifiutare il tributo e di combattere il potere dell’occupazione romana.

La proposta di Gesù coniuga la scelta pragmatica di pagare le tasse a Cesare con la scelta religiosa della fedeltà a Dio. Quello che appartiene a Cesare è ben definito: denaro, simbolo politico e amministrativo. Quello che appartiene a Dio si basa sull’immagine che Dio offre: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, Il Signore è Uno solo” (Cfr. Dt 6,4). Questo significa riconoscere che il Signore è Dio unico e migliore garanzia di vita religiosa e politica, non Cesare, e non certo una moneta. Questo invito di Gesù a “restituire” a Dio quello che appartiene a Dio è rivolto a tutti. Coloro che stanno opprimendo l’uomo con violenza e con la guerra, gli restituiscano la pace. A chi utilizza l’uomo come strumento di schiavitù, gli restituisca la giustizia. A coloro che perseguitano l’uomo, gli restituiscano la libertà. A coloro che vogliono annientare la vita, ne riscoprano e ne amino il dono, perché l’uomo rispecchia il volto di Dio.

di Padre Truong Cong Bang

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