UN SENSO AL LAVORO PER LIBERARLO E UMANIZZARLO

il concetto del lavoro nella Bibbia sottolinea la nobiltà del lavoro stesso, la sua qualifica di “collaborazione con l’attività creatrice di Dio” e la sua dimensione di “sacrificio” gradito a Dio. Anzitutto va tenuto presente che l’opera creatrice di Dio è buona e perfetta: «Dio vide che era buono e bello» è scritto in Genesi 1. Il mondo è sette volte buono e bello, cioè perfetto. Nessuno può pensare di diventare “collaboratore”, in senso proprio, dell’opera creatrice di Dio. Ciò che Dio fa è perfettamente compiuto.
Il saggio Qohelet metterà a nudo questa radicale ambiguità e questo limite del lavoro umano. Egli mette in bocca al suo pseudo-Salomone questa amara conclusione: «ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento (hebel): non c’è alcun vantaggio (yitrôn) sotto il sole» (2,11). L’idea dell’inseguire il vento visto come un’attività inutile e inconsistente non è del tutto estranea alla scrittura; tra i tanti testi vale la pena di ricordare Os 12,2, dove l’espressione è chiaramente parallela: «Efraim si pasce di vento e insegue il vento d’Oriente». Il contesto di Osea è senz’altro negativo: si tratta di un’accusa rivolta a Israele che insegue inutilmente alleanze pericolose, fugaci e passeggere come lo è, appunto, il vento; più vicino del nostro testo sarà Sir 34,1-2: «come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così chi si appoggia ai sogni».
La frase “inseguire il vento”, il termine (hebel) richiama ancor di più l’idea di qualcosa di effimero, inconsistente, incontrollabile: ciò che l’uomo fa, è solo il vento. «non c’è alcun vantaggio sotto il sole» non è tanto attività umana in generale, e neppure la realtà in sé; è piuttosto la sforzo umano di volere esplorare e cercare, vi vuole trovare il senso della propria attività.  È questo compito, datogli da Dio stesso, che appare al Qohelet un soffio e inseguire il vento, qualcosa che sembra non avere mai fine. Il termine (yitrôn) significa “vantaggio, profitto” (Qo 2,11) che implica il senso negativo, come appare già in Qo1,3 «quale profitto c’è per l’uomo»; «non c’è alcuno profitto per chi cerca il profitto!» (Qo 2,11); «a chi ama la ricchezza non bastano le entrate; anche questo è un soffio» (Qo 5,9).
Contestando la concezione lavoristica della vita, per cui il lavoro e i suoi prodotti danno la felicità, Qohelet afferma invece che la vita è un dono di Dio. Certo ciò non significa che si debba vivere in un più o meno “dolce far nulla”, ma vuole dire che il lavoro non produce il “senso” della vita, che invece viene da Dio come un prezioso regalo. In altre parole, per Qohelet come per gli altri sapienti d’Israele, la sapienza non coincide col lavoro; infatti, il lavoro potrà dare ricchezza, ma non è produttivo di senso. Tuttavia è caratteristico del pensiero biblico il fatto che anche il lavoro può essere ricerca del senso e in una certa misura realizzare la presenza del senso.
Se l’Antico Testamento non dà una definizione formale di lavoro, ciò è vero anche per il Nuovo Testamento. Certamente non c’è nella Bibbia il concetto di lavoro proprio della modernità, perché per «lavoro» s’intende ogni attività umana. Tuttavia anche dal Nuovo Testamento possiamo ricavare utili suggerimenti per l’attività umana. Nel Nuovo Testamento possiamo anche ricavare preziose indicazioni per la riflessione teologica sul tema. Anzitutto osserviamo che Gesù è conosciuto dai suoi compaesani come “carpentiere” o “figlio del carpentiere”: «Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? e le sue sorelle non stanno qui da noi?. E si scandalizzavano di lui» (Mc 6,3); non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? (Mt 13,55). Per Gesù come per i suoi discepoli (peccatori, pubblicani), il lavoro non è l’impegno normale e quotidiano per vivere. Non c’è nessuna mitizzazione del lavoro, ma nemmeno c’è rifiuto o disprezzo simile a quello dell’ambiente greco - ellenistico, dove il lavoro manuale, eccetto quello dei campi - era disprezzato.
La centralità dell’annuncio evangelico è fissata sulla venuta tra gli uomini del regno di Dio: è Dio soltanto che attraverso Gesù può salvare l’umanità. Non si tratta, dunque, in primo luogo di “fare o produrre” qualcosa, bensì di credere e di accogliere Gesù. Il lavoro, con tutto ciò che esso produce e offre alla vita nuova, non salva; perciò Gesù esorta a non ‘affannarsi’: «Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?» (Mt 6,25); «cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). Il lavoro umano e la civiltà che esso produce non sono il fine e il senso ultimo dell’esistenza. Non c’è un lavoro, un’attività o professione, che sia cristiana e un’altra che non sia cristiana. È la persona che lavora che “riempie” la sua attività di senso cristiano, cercando di seguire Gesù anche mentre è sul posto di lavoro. Ora, la sequela di Gesù implica almeno questi due aspetti fondamentali: il lavoro spesso è precario e peccatore, ambiguo e violento; il lavoro cristiano invece deve essere vissuto come lieta obbedienza a Dio che dona il mondo e lo affida alle mani operose dell’uomo, e come servizio generoso verso il prossimo. Nella concisione richiesta e imposta a questa riflessione, si può riassumere che il messaggio cristiano si propone a proposito del lavoro, almeno due finalità precise: liberare il lavoro dalla continua minaccia della “violenza” e disporre le condizioni necessarie per umanizzare il lavoro, cioè renderlo un servizio di amore al prossimo.

di Padre Truong Cong Bang

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