IL LAVORO PER L’UOMO UN COMPITO AFFIDATOGLI DAL CREATORE

Già prima della comparsa dell’essere umano in Genesi 1,26, il Creatore parla del compito che gli riserva. Tale compito consisterà nel dominare la terra e gli animali, a somiglianza di ciò che egli stesso ha fatto con il caos, da lui trasformato in un mondo ordinato, prima di riempire quest’ultimo di esseri viventi e di dotarli di fecondità. Di fatto, non appena l’essere umano è stato creato, Dio gli rivolge una parola di benedizione. Rivolgendosi a lui, precisa il ruolo che egli dovrà svolgere come padrone dello spazio terrestre e di coloro che in esso abitano. Il testo suggerisce perciò che l’essere umano sarà come un con - creatore che partecipa con la sua azione all’opera divina. Ma se egli esercita il suo dominio “a immagine di Dio”, ciò significa che dovrà farlo con dolcezza, la qual cosa è indicata dal cibo vegetale che gli viene dato per sua esistenza ed è suggerita altresì dal risposo divino del settimo giorno.
Genesi 2,5 riprende questa tematica del compito umano seguendo un procedimento analogo. Infatti, appena il narratore menziona l’uomo che non è ancora creato, lo fa collegandolo con il lavoro: “non c’era alcun essere umano per lavorare l’humus”. Ma prima di coltivare il suolo arabile, l’essere umano è anzitutto modellato a partire da esso, e ciò è messo in risalto da un gioco di parole assai chiaro: “umano (tratto) dall’humus” (adam … min ha’adama). Dapprima e anzitutto l’essere umano appartiene alla terra, e ciò è sottolineato ancora dal ritorno alla polvere di cui Dio parlerà alla fine (Gen 3,19).
Nel nostro immaginario cristiano associamo spesso il lavoro alla prima conseguenza del peccato originale, come se prima del peccato originale non si dovesse lavorare. Invece, se leggiamo attentamente il racconto della creazione in Genesi 2,15 troviamo questa frase: «il Signore Dio prese l’uomo e lo depose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse». Questo accade prima del peccato; è una decisione divina che segue immediatamente la creazione dell’uomo e del giardino. Il primo essere umano nel giardino ha due compiti: coltivare (‘avad) e custodire (shamar). I due verbi qualificano il lavoro come un servizio e una sollecitudine più che come un potere.  Nel contesto, il lavoro consente che si instauri una relazione di scambio tra essere umano e giardino: il primo coltiva il giardino che, in cambio, lo nutre con i suoi frutti.
I due compiti “coltivare” e “custodire” ci riportano alla storia di Abele e Caino. Il primo era pastore dei greggi, l’altro coltivatore della terra. Insieme rendono attuale la doppia vocazione affidata da Dio all’uomo, nei racconti di creazione: il dominio sugli animali (Gen 1) e la coltivazione dell’humus (Gen 2). Potrebbero quindi essere complementari, scambiarsi reciprocamente il frutto del loro lavoro. Invece li scopriamo opposti.
Caino è il figlio preferito perché all’inizio dice Eva «acquista un uomo grazie al Signore » (Gen 4,1). Adamo - padre non viene preso in considerazione. Con una sola frase, Eva, la madre di tutti i viventi, cancella il genitore-padre e prende lei sola il possesso di Caino e ne fa il suo uomo, trascinando anche Dio dentro a questa relazione. Questo ci dice come, sia il greco che il latino, abbiano inteso la forma di possesso. Il grido della madre suona come un grido di orgoglio, e come Caino quale figlio primogenito, sia considerato come un essere eccezionale, un mezzo Dio, un angelo. Invece Abele appare, fin dall’inizio, come la continuazione del fratello, una sorta di aggiunta che non regge il confronto. Il nome infatti ne è il rivelatore: ‘Ebel che in ebraico significa vapore, fumo vanità, ciò che non ha consistenza, né importanza, né peso.
In Gen 4,4-5 si racconta il motivo della preferenza di Dio per l’offerta di Abele, e non di Caino: «Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto». Uno è colmato di tutto, l’altro lo rivendica.  Questa è la situazione che Dio capovolge.
Quando il narratore riferisce che il Signore “considerò Abele e non Caino”, ci fa sperimentare direttamente la sorpresa di Caino, colui che ha sempre avuto il sopravvento, e non riesce a concepire che Dio abbia preferito l’omaggio dell’altro. La reazione di Caino è prevedibile: era geloso, sebbene colmo di privilegi; infelice della felicità del fratello che per la prima volta viene privilegiato. La sua invidia si trasforma in collera e in una forma di depressione.  “E ci fu un bruciore” è la collera; “cadde la sua faccia” la depressione. (Cfr. Gen 4,5). La gelosia è come una belva in agguato, pronta ad attaccare e a dominare, immagine eloquente per descrivere la potenza e la minaccia che la gelosia rappresenta. La gelosia è un qualcosa che rientra nel campo dell’animalità del sotto-umano.
Il lettore si chiede: Che cosa hanno presentato Caino e Abele? Caino ha presentato i frutti del suolo come offerta, invece Abele presentò il primogenito del suo gregge e il suo grasso. Leggendo il testo Eb 11,4: “Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad esso fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni”. La differenza allora balza agli occhi: radicale, decisiva. La differenza tra ciò che è proprio, personale, e ciò che non lo è. Infatti, si può vedere adesso che Abele offre ciò che è suo, porta dei primogeniti del suo gregge e il loro grasso: è suo, quel gregge. Mentre Caino offre ciò che non è suo. Porta dei frutti della terra. Non sono né i suoi frutti, né la sua terra.
Caino lascia che l’invidia abbia il sopravvento e quello che l’invidia genera è la violenza omicida: Caino alzò la mano contro il fratello e lo uccise (Gn 4,8). Se avesse parlato al fratello confidandogli la sua amarezza, non l’avrebbe ammazzato. Non vi è una parola vera tra loro.  La via di Caino è quella di un animale senza parola. Caino ha preferito lasciar esprimere la sua bestialità piuttosto che l’umanità della parola: coloro che si sono messi sulla strada di Caino come animali senza parola (la lettera di Giuda 1,10-12).

di Padre Truong Cong Bang

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