LA LEZIONE DI AMOS: LA PROFEZIA DALLA PARTE DEI DIRITTI DEI POVERI

«Così dice il Signore. Per i tre misfatti di Israele e per quattro non revocherò il mio decreto, perché hanno venduto per denaro il giusto, il misero per un paio di sandali» (Amos 2,6).
L’oracolo inizia, come quelli precedenti, con la formula del messaggero: «così dice il Signore», seguita dall’accusa «per tre misfatti di Israele e per quattro non revocherò il mio decreto». La formula del messaggero è un’introduzione tipica dell’oracolo profetico, che serve a legittimare la parola pronunciata come parola che proviene da un altro, in questo caso Dio. Negli oracoli contro le nazioni di Amos si parla di tre e quattro “misfatti”, ma in realtà se ne specifica solo uno. L’irrevocabilità del decreto è sottolineata da “non lo revocherò”, di fronte alla misura del crimine raggiunta da Israele la sentenza non è diversa da quella dei popoli né ulteriormente dilazionabile. Israele non ha nessun privilegio rispetto agli altri popoli; il suo crimine provoca la stessa condanna di Dio.
A quale tipo di azione si riferisce l’accusa di Amos? Nel parallelismo tra «giusto» e «povero» si è stabilito che le sue preposizioni introducono uno stesso complemento di prezzo-stima, e non un complemento di causa. Il cambio di preposizione è dovuto probabilmente a ragioni stilistiche. L’accusa consiste nella vendita del giusto e del povero «per» denaro e «per» un paio di sandali. «Giusto» indica una condizione giuridica di innocenza di fronte alla legge, mentre «misero» una situazione concreta di bisogno. Il giusto è anche in Amos 5,12 in parallelo con «povero», mentre «povero» è in parallelo con «indigenti» (Amos 4,1) e «i poveri del paese» (Am 8,4). La terminologia «giusto/innocente» sembra che in Amos rientri all’interno del campo semantico della povertà, indicando perciò quella categoria di persone che non sono garantite dal diritto.
In che cosa consiste la vendita “per denaro” e “per un paio di sandali? Il parallelo con Am 8,6 mostra che le due azioni sono in stretta relazione e riguardano la compra-vendita. In Am 2,6 usa il verbo “vendere”, in Am 8,6 usa il verbo “comprare”: «per comprare con denaro indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano». Amos stigmatizza quindi non solo la vendita, ma anche il commercio del povero. Il profeta riferisce forse una procedura legale “attraverso cui un contadino indebitato poteva essere venduto” al creditore e privato della proprietà. «Denaro» - «paio di sandali» sembrano inclusivi: non è possibile vendere o comprare il povero/innocente anche se egli si fosse indebitato per una cifra irrisoria. Amos non si oppone di per sé all’istituto della schiavitù, ma attacca il comportamento legalmente giustificabile, in cui egli vede calpestato il diritto, chiamato per questo “giusto”.
La lezione di Amos travalica i confini del suo tempo, anche se questo oracolo non è mai citato nel Nt. Essa giunge fino a noi e alla nostra società consumista, non molto diversa forse da quella Samaria contro cui spesso rivolge la parola profetica. Amos mette in luce in modo emblematico che la prima profanazione del santuario, del luogo di Dio, del culto a Dio, avviene nell’ingiustizia. La strada di coloro che vanno al tempio è segnata dall’ingiustizia nei confronti delle varie categorie di poveri. I tempi sono cambiati, ma gli uomini poco. Che dire di un mondo tutto teso alla ricerca di un benessere individuale, che si chiude in se stesso, rifiutando di confrontarsi con le istanze e i bisognosi che vengono dal mondo dei poveri e di assumersi le proprie responsabilità nei confronti di un sud povero del mondo, reso tale con la complicità del nord ricco? Ci si potrebbe chiedere in che misura la Chiesa e le Chiese sono estranee alla mentalità di un mondo ricco e consumista, e fino a che punto la chiesa e il cristiano si assumono le domande dei poveri.
Non si tratta solo di carità, ma di diritti dei poveri. Questo è molto chiaro nei profeti e particolarmente in Amos. Ciò chiede alla Chiesa, ossia, oltre che di far funzionare le istituzioni caritative, di essere profetica, essendo dalla parte dei poveri e testimoniando, secondo il Vangelo, che i poveri non sono individui estranei che usufruiscono della nostra bontà e generosità, ma fratelli a cui noi dobbiamo quello che cerchiamo per noi stessi.
L’evangelista Luca racconta la missione storica di Gesù all’inizio del suo Vangelo. Il suo contenuto interessa particolarmente i poveri. Ricostruisce l’identità storica di Gesù attraverso il suo albero genealogico, che risale fino ad Adamo (Lc 3,13-38). Dopo una visione universale della storia, nella quale si colloca Gesù, figlio di Abramo e figlio di Dio, sono riferite le prove nel deserto in cui Gesù, guidato dallo Spirito Santo, fa la sua scelta di fedeltà come figlio e non segue invece la via alternativa del miracolismo, del successo economico, del potere (Lc 4,1-13). Sono tre forme di messianismo alternativo, presenti negli ambienti giudaici e probabilmente anche nella prima comunità giudeo-cristiana, nostalgica di un messianismo trionfalistico o di una religiosità magica-miracolistica. Questo contrasto ha a che fare con il problema di Dio e dei poveri. Dio è colui che sfama i poveri e li libera, ma senza arricchirli, né garantire in modo miracolistico l’abbondanza di pane.
Nella successiva sezione (Lc 4,16-30) si possono prendere in considerazione i primi versetti di questa scena programmatica collocata da Luca all’inizio dell’attività storica di Gesù: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi (Lc 4,18)». Chi sono i destinatari di questa buona notizia? Destinatari sono i prigionieri, i ciechi, gli oppressi, quelli che sono indebitati o aspettano l’anno giubileo, che diventa l’anno della salvezza o liberazione. In che cosa consiste “la buona notizia” data ai poveri nel testo di Luca? Nel proclamare la liberazione.
Per Gesù è inconcepibile separare l’annuncio della buona notizia dalla liberazione. Una buona notizia efficace è la liberazione degli oppressi, la vista dotata ai ciechi...

di Padre Truong Cong Bang

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