“CON LA VOSTRA PERSEVERANZA GUADAGNERETE LE VOSTRE VITE”(LC 21,19)

Il termine “accidia”, poco ricorrente nel lessico moderno, ma molto frequente nell’esperienza che descrive, deriva dalla parola akedìa che nel greco classico indica la noncuranza. Esso designa una negazione della responsabilità, il desiderio - accompagnato da una certa tristezza - di fuggire dal compito che si è chiamati a svolgere in un preciso momento. Chiarisce Enzo Bianchi: “Possiamo comprendere meglio tutto questo ricorrendo ad alcuni sinonimi dell’acedia che suonano più familiari ai nostri orecchi: sconforto, svogliatezza, scoraggiamento, tedio, disgusto, noia, male di vivere, quel torpore che si manifesta come costante sonnolenza, e si potrebbe continuare a lungo… L’acedia è la nausea di cui parlava Jean-Paul Sartre, è il non-senso che ci assale, è ciò che si avvicina pericolosamente allo stato di depressione. È un sentimento che rasenta la disperazione, perché porta a non scorgere più la possibilità di un senso e, dunque, di «salvezza»”.
Questo termine non proviene tanto dalla tradizione biblica quanto da quella monastica dei primi secoli del cristianesimo (tra i più importanti scrittori ricordiamo Evagrio Pontico e Giovanni Cassiano) per poi arricchirsi nella successive riflessioni teologiche. Tuttavia, sebbene il vocabolo compaia nella Scrittura soltanto tre volte nel testo greco dell’Antico Testamento con il significato generico di tristezza o di negligenza (cf. Sal 118,28; Is 61,3; Sir 29,5), non mancano riferimenti a questo stato interiore, la cui manifestazione è individuata nel binomio pigrizia-tristezza.
Nell’Antico Testamento l’accidia-pigrizia è presentata nel libro dei Proverbi dove si descrive in modo ironico il comportamento flemmatico ed inerte di chi è preda di questo vizio: usa pretesti poco credibili per scusare la sua indolenza (cf. Pr 22,13; 26, 13), si muove senza muoversi come una porta che gira sul suo cardine (cf. Pr 26,14) e non sa portare a termine ciò che comincia anche se è cosa di vitale importanza (cf. Pr 26,15). Nel Nuovo è invece raffigurata nella parabola dei talenti, dove il servo malvagio e pigro nasconde il talento sotto terra (cf. Mt 25,24-30), nel racconto del Getsèmani, dove i discepoli sono sopraffatti dal sonno, poiché “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41b) e nel libro dell’Apocalisse, dove alla Chiesa di Laodicèa il Signore rivolge queste tremende parole: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3,15-16).
Del resto, altri testi biblici delineano l’accidia-tristezza avvicinandosi nella descrizione a tante pagine della letteratura di ogni tempo. Per quanto riguarda l’Antico Testamento, si pensi a Qoèlet che scrive: “Allora presi in odio la vita, perché mi era insopportabile quello che si fa sotto il sole. Tutto infatti è vanità e un correre dietro al vento. […] Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!” (Qo 2,17.22-23). Oppure si consideri il libro di Giobbe da cui estraiamo questo frammento: “Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono fino a esultare e gioiscono quando trovano una tomba, a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio ha sbarrato da ogni parte? Perché al posto del pane viene la mia sofferenza e si riversa come acqua il mio grido, perché ciò che temevo mi è sopraggiunto, quello che mi spaventava è venuto su di me. Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo ed è venuto il tormento!” (Gb 3,20-26). O si leggano le cosiddette “Confessioni” del profeta Geremia disperse tra il capitolo 10 e il capitolo 20 del suo volume da cui prendiamo questa particola: “Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto. Maledetto l’uomo che portò a mio padre il lieto annuncio: «Ti è nato un figlio maschio», e lo colmò di gioia. Quell’uomo sia come le città che il Signore ha distrutto senza compassione. Ascolti grida al mattino e urla a mezzogiorno, perché non mi fece morire nel grembo; mia madre sarebbe stata la mia tomba e il suo grembo gravido per sempre. Perché sono uscito dal seno materno per vedere tormento e dolore e per finire i miei giorni nella vergogna?” (Ger 20,14-18). Per il Nuovo Testamento, possiamo invece citare S. Paolo che parla di una “tristezza secondo il mondo” che conduce alla morte (2 Cor 7,10).
I rimedi che la Scrittura offre a questo male di vivere sono diversi. In linea più pragmatica, gli scritti sapienziali invitano all’operosità, ad una assunzione sana ed equilibrata del lavoro (cf. Pr 6,6-11; Qo 11,1-6). Dal punto di vista cristiano, il vangelo indica invece la vigilanza, la preghiera (cf. Mt 26,41a) e la perseveranza, ossia “l’arte di rimanere saldi, di pazientare e di non venire meno nell’ora cattiva, l’arte di cui Gesù ha affermato: «Con la vostra perseveranza guadagnerete le vostre vite» (Lc 21,19). Solo chi ha imparato a coltivare una vita interiore ricca e profonda, che consenta di non essere sballottati da ogni soffio di vento, solo questi non vacilla” (Bianchi).

di Michele Giannone

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