IL DOVERE DELLA MUTUA TOLLERANZA NELLE COSE SECONDARIE

“accogliete chi è debole nella fede, senza discutere le opinioni» (Rm 14,1).  “Chi è debole nella fede” (Rm 14,1). Il costrutto richiama l’appellativo analogo già presente in 1Cor 8,9: “badate però che questa vostra libertà non divenga occasione di caduta per i deboli” anche in 1Ts 5,14 “fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti”; ed è assai probabile che in tutti questi casi Paolo si riferisca ad una debolezza di tipo spirituale, non fisico. Benché quest’ultimo sia il significato prevalente nel concetto greco e anche in molti passi del NT “guarite i deboli” = “gli infermi” (Mt 10,8), Paolo intende parlare di una debolezza interiore, attinente alla coscienza. Già in 1Cor 8 egli si riferisce a un giudizio difettoso circa la carne degli animali sacrificati nei templi della città: “Riguardo dunque al mangiare le carni sacrificate agli idoli, noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo e che non c’è alcun dio, se non uno solo”; “alcuni mangiano le carni come se fossero sacrificate agli idoli, così la loro coscienza, debole com’è, resta contaminata” (Cf.1Cor 8, 4;7). Ma solo nel nostro testo egli specifica esplicitamente la debolezza in rapporto alla fede.
Il termine “fede” “pistis” non ha valenza religiosa ma equivale semplicemente a “ritenere, pensare, essere convinto”. Qui Paolo ha in mente o un atteggiamento soggettivo semplicemente incerto, e in questo caso la debolezza consiste in una mancanza di convinzione personale nei propri comportamenti, oppure egli combina insieme i due aspetti, riferendosi al fatto che la fede di certi cristiani è debole nel senso che non permette loro sicurezza nel fare o non fare determinate cose. Questa possibilità è la più confacente al contesto, tanto immediato quanto remoto, della lettera. A Roma ci sono dei cristiani (di provenienza tanto giudaica quanto gentile), la cui fede in Cristo non è tale da garantire il rispetto di regole sul piano della prassi alimentare e calendaristica.
A questa situazione, Paolo pone rimedio con due raccomandazioni, espresse rispettivamente in termini prima positivo e poi negativo. La prima è un’esortazione ad accogliere fraternamente i deboli. Il verbo “accogliere” in greco significa “prendere insieme, associare a sé, assumere, aggiungere”. La forma verbale all’imperativo, con cui ora inizia l’intera sezione, dice subito quanto all’apostolo stia a cuore la mutua accoglienza; la seconda raccomandazione è formulata negativamente: “senza polemizzare sulle sue convinzioni”. Il tono, essendo la formulazione esclusiva, risulta ancora più radicale, e comunque a quella precedente viene aggiunta una specifica modalità di accoglienza: questa deve essere tanto schietta da non fare questione neppure delle intenzioni e convinzioni di chi è debole, come a dire che l’accoglienza deve essere davvero disinteressata. I termini usati da Paolo non si riferiscono soltanto a una differenza di opinione, bensì a un conflitto di convincimenti. Paolo raccomanda di oltrepassarli, cioè di non ergersi a fattore di contrapposizione. Allo stesso tempo, però, egli ammette come sia normale che all’interno della comunità cristiana vi siano differenze di opinione.
“Noi che siamo forti, dobbiamo sostenere le debolezze dei fragili, senza compiacere noi stessi” (Rm 15,1).
“Dobbiamo sostenere le debolezze dei fragili”. Qui Paolo utilizza il verbo “dovere” che indica una necessità, un obbligo, un dovere della vita cristiana, il bisogno di assolvere un impegno.  Non si tratta dunque di un’esortazione, ma di un semplice richiamo a ciò che per un cristiano dovrebbe rappresentare la normalità.
La forza di questa fede viene qui caratterizzata da due componenti, una espressa in termini positivi e l’altra in termini negativi, che tuttavia si integrano alla perfezione. In primo luogo, i forti devono “sostenere le debolezze dei fragili”. Il verbo “sostenere” nel greco significa “porta qualcosa di pesante” che richiama inevitabilmente il passo di Gal 6,2: “portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo”. La figura dell’isaiano servo di YHWH, secondo la citazione che ne fa Mt 8,17, “prese le nostre debolezze e portò le nostre infermità (Is 53,4). Ma nell’insieme colpisce il fatto che, in un ambiente culturale come quello romano dove la categoria dell’onore era uno dei valori sociali primari, Paolo rovesci gli obblighi reciproci: invece di costringere i deboli a sottomettersi a forti, egli invita i forti a farsi carico delle fragilità dei deboli, cioè a praticare una sorta di “autolimitazione” della propria libertà il loro favore, esercitando in concreto il principio della carità (Rm 14,15).
La forza della fede consiste anche nel fatto di “non piacere a se stessi”. La formulazione in termini negativi sottintende certamente l’intenzione positiva, non solo di esseri graditi ai deboli, ma anche di “piacere a Dio” (Rm 8,8). Se tu sei potente, possa il debole sperimentare la tua potenza, possa egli imparare la tua forza: cerca di piacergli!

di Truong Cong Bang

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