AVVENTO. IL TEMPO DELL’ATTESA VIGILANTE, FIDUCIOSA, OPEROSA E GIOIOSA

“Il Tempo di Avvento ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione al Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi” (Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, 39). I vangeli delle quattro domeniche di Avvento sono, perciò, solcati dal tema dell’attesa con sfaccettature proprie per ciascuna di essa.
La I domenica è dominata dall’attesa vigilante per il ritorno glorioso del Signore. Il testo evangelico è, infatti, Lc 21,25-28.34-36 che presenta la venuta del Figlio dell’uomo (vv. 35-28) e l’atteggiamento da assumere (vv.24-36).
La venuta finale del Cristo, descritta con immagini prese dal libro di Daniele (7,13-14), genererà paura negli uomini, ma salvezza in coloro che credono. Cristo, infatti, libererà i credenti dal dominio di Satana (il verbo «alzarsi» si trova anche in Lc 13,11 dove indica la liberazione di una donna soggiogata dal potere di Satana) e dal peccato («levare il capo» equivale a «levare gli occhi al cielo», gesto che non si sentiva meritevole di fare il pubblicano al tempio, mentre confessava i suoi peccati in Lc 18,13). L’atteggiamento suggerito da Luca consiste nel preservare il cuore non solo da sregolatezze e disordini morali, ma anche dai più comuni affanni della vita, rimanendo nella vigilanza e nella preghiera.
La II domenica è pervasa dall’attesa fiduciosa nel Dio che realizza le sue promesse. Il vangelo, costituito da Lc 3,1-6, mette in scena la figura di Giovanni Battista di cui si indica lo scenario storico della chiamata (vv. 1-2) e l’attività vista come compimento di Is 40,3-5 (vv. 3-6).
Con la precisione dello storico, Luca indica le coordinate cronologiche del ministero di Giovanni per mettere in risalto l’inizio della salvezza, il tempo in cui Dio “dà compimento alle sue promesse, interviene nella storia e fa sentire la sua Parola profetica” (G. Rossé). La missione del Precursore avviene attraverso la predicazione e l’amministrazione di un battesimo di penitenza e viene interpretata come adempimento di quanto è scritto in Is 40,3-5. A differenza di Marco e Matteo, Luca prolunga la citazione fino al v. 5 per accentuare la dimensione universale della salvezza.
La III domenica è caratterizzata dall’attesa operosa. Infatti, il brano evangelico, rappresentato da Lc 3,10-18, è scandito, nella prima parte (vv.10-14), dalla triplice domanda «che cosa dobbiamo fare?» che rispettivamente le folle, alcuni pubblicani e alcuni soldati rivolgono a Giovanni Battista e, nella seconda (vv. 15-18), dalla dichiarazione del Battista sull’identità del Messia.
Le risposte di Giovanni suggeriscono comportamenti possibili alle varie categorie di persone: alle folle indica l’amore fraterno e la condivisione; ai pubblicani, che riscuotono le tasse per conto dei romani, chiede di non approfittare della loro posizione; ai soldati che seguono queste operazioni di riscossione domanda di non approfittare delle armi che portano, di non usare violenza né di procedere ad estorsioni. Rendendosi poi conto che la gente si chiede se non sia proprio lui il Messia, il Battista distoglie subito l’attenzione da sé per indirizzarla verso un Altro: il più forte, che battezzerà nello Spirito e nel fuoco. Giovanni Battista si presenta, dunque, come una freccia in direzione di Cristo: è Lui che bisogna attendere nella fede e attraverso scelte concrete di vita rinnovata.
La IV domenica, animata dalla presenza della Vergine Maria, è circonfusa dal sentimento dell’attesa gioiosa per la nascita di Gesù. Il vangelo (Lc 1,39-48) narra la visita di Maria ad Elisabetta. La sequenza narrativa si svolge con molta naturalezza. Maria si reca dalla parente per constatare il segno che le aveva dato l’angelo (vv. 39-45). Da qui nasce un inno di lode a Dio che l’ha resa madre del Messia (vv. 46-48).
Il viaggio di Maria è descritto brevemente. L’attenzione è, invece, incentrata sull’incontro tra le due donne. Maria saluta Elisabetta e da questo saluto scaturiscono il sussulto del bambino nel grembo di Elisabetta, la venuta dello Spirito Santo e il riconoscimento della maternità messianica di Maria («madre del mio Signore»). Oltre che come madre, Elisabetta riconosce Maria anche come credente («colei che ha creduto»). Il primo riconoscimento riguarda solo Maria: è infatti espresso alla seconda persona singolare. Il secondo, invece, è formulato alla terza persona singolare. In questo modo l’espressione assume un significato più ampio. La maternità fisica appartiene solo a Maria, mentre nel suo atteggiamento di credente tutti possono ritrovarsi.
In risposta agli elogi di Elisabetta, Maria rimanda a Colui che ha agito in lei per pura grazia: «Proclamando la grazia, Maria svolge la sua missione, quella di essere, appunto, il segno chiaro dell’amore gratuito di Dio» (B. Maggioni).



di Truong Cong Bang

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