IL MISTERO DEL NATALE

“L’autore della vita è nato dalla nostra carne dalla madre dei viventi. Un bambino da lei è nato ed è il Figlio del Padre. Con le sue fasce scioglie i legami dei nostri peccati e asciuga per sempre le lacrime delle nostre madri. Danza e sussulta, creazione del Signore, poiché il tuo Salvatore è nato. Contempliamo un mistero strano e inatteso: la grotta è il cielo, la Vergine è il trono dei cherubini, la mangiatoia è il luogo dove riposa l’incomprensibile, il Cristo Dio. Cantiamolo ed esaltiamolo!”.
Con questa significativa anafora la liturgia bizantina introduce il mistero dell’Incarnazione. Un evento proclamato anche dal Simbolo apostolico con le parole: “Natus de Spiritu Sancto ex Maria Virgine” e dal Credo Niceno-Costantinopolitano con l’espressione: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”. Ma già Paolo, nella Lettera ai Galati, aveva sintetizzato la venuta del Messia nel mondo, dichiarando: “Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge”.
Il Natale è poi al centro anche del grandioso inno di apertura del Vangelo di Giovanni che trova un vertice nelle celebri parole: “Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi” e notevole è qui il fatto che il verbo greco che allude alla tenda dell’arca dell’alleanza, il verbo “skenoun”, sia affine alla parola ebraica Shekinah, il termine con cui il Giudaismo definiva la Presenza divina nel Tempio. Il mistero del Natale è inoltre cantato da quella monumentale omelia neotestamentaria che è l’Epistola agli Ebrei, testo che applica al Cristo il Salmo 8: un inno notturno destinato a celebrare l’uomo e la sua grandezza che viene riferito al Maestro Nazareno, uomo perfetto che entra nella storia per redimerla, strappandola al male.
Bastano questi pochi accenni per mettere in risalto come l’episodio della nascita del Salvatore sia oltremodo presente nelle Scritture. Tale fecondità si rivela però anche nella Tradizione cristiana in generale e nella religiosità popolare. Il riferimento scontato è ai vangeli apocrifi, in particolare al Protovangelo di Giacomo del III secolo, ma spunti affascinanti si possono cogliere in centinaia di testi cristiani antichi, come ad esempio nelle parole attribuite allo stesso Gesù dall’Interpretazione della gnosi, un antico scritto gnostico egiziano: “Io divenni piccolo perché attraverso la mia piccolezza potessi portarvi in alto donde siete caduti. Io vi porterò sulle mie spalle”. Solo per evocare la fertilità poetica e spirituale di queste tradizioni popolari, basti pensare che cosa significhi il soggetto del Natale di Cristo nella storia dell’arte, che cosa rappresenti il presepio, quante siano le tipologie orientali od occidentali della Vergine col Bambino.
Si pensi anche all’accumulo di particolari attorno a questa scena così essenziale. Ad esempio, le figure del bue e dell’asino sono introdotti solo da un apocrifo, lo Pseudo-Matteo, redatto nel VI-VII secolo, ma già nel IV secolo l’arte li aveva presentati nel sarcofago romano del Museo Pio e in quello di Stilicone della Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. Origene, da parte sua, nel III secolo rimandava a un passo di Isaia (“Il bue conosce il padrone e l’asino la sua greppia”), mentre i Padri della Chiesa trovavano nei due animali un curioso simbolismo che San Gregorio Nazianzeno così avrebbe definito: “Tra il giovane toro che è attaccato alla Legge giudaica e l’asino che è gravato dal peccato dell’idolatria pagana giace il Figlio di Dio che libera da entrambi i pesi”.
Con Francesco e il suo presepio di Greccio i due animali sarebbero divenuti, invece, espressione dell’adorazione e della gioia cosmica per la nascita del Salvatore di ogni cosa. Un anonimo francescano del ’300, autore delle Meditazioni sulla vita di Cristo, immagina allora “il bue e l’asino piegarsi sulle zampe anteriori, sporgere i musi sulla mangiatoia soffiando con le narici, quasi fossero dotati di ragione e capissero che il bambino, così miseramente riparato in quella freddissima stagione, aveva bisogno di essere riscaldato”.
Secondo il Physiologus, poi, nella notte del solstizio d’inverno, gli animali selvatici mandano due volte un forte raglio: sarebbe la reazione del diavolo che nella notte santa s’indigna perché col Bambino Gesù sorge il nuovo giorno e viene infranta la potenza delle tenebre. Il Natale ha inoltre generato musiche colte e popolari (l’ottocentesca melodia Stille Nacht di padre Joseph Mohr, la popolaresca Quanno nascette Ninno di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il maestoso inno forse di origine irlandese Adeste fideles, per citare i casi più noti), ha trionfato nella liturgia, e nell’Occidente cristiano è divenuto la festa più sentita.
Una trattazione a parte merita però il Vangelo di Luca in cui, come ricorda il card. Ravasi, il racconto della nascita di Gesù si allarga lungo due orizzonti antitetici: alla povertà estrema della cornice terrestre si associa un’eco cosmica e celeste. Mentre nella narrazione parallela della nascita del Battista la circoncisione era il dato fondamentale così da occupare ben otto versetti, per Gesù la circoncisione occupa un solo versetto contro i venti della nascita. Il Battista conduce al Cristo l’alleanza della circoncisione, il Cristo con la circoncisione accoglie il popolo della prima alleanza divenendone membro, compimento e salvezza. La nascita del Messia ha poi, in Luca, delle caratteristiche del tutto singolari.
La prima è la spazialità, legata a Betlemme, città di Davide (nonostante nell’Antico Testamento questo sia il titolo ufficiale di Gerusalemme). Gesù giunge a noi dallo spazio umano, fisico e spirituale della promessa davidica. È per questo che in alcune testimonianze dell’arte cristiana non si oppone solo la Gerusalemme terrestre a quella celeste, ma anche la Betlemme terrestre a quella del cielo. Da Betlemme l’umanità viene assunta in Dio. Ed è nello spazio di Betlemme che avviene il parto di Maria, in una mangiatoia per animali probabilmente scavata nella roccia, perché il katalyma (in greco, “alloggio”) non aveva spazio per il Signore dell’universo. La tradizione cristiana, sostenuta da San Girolamo che vivrà per decenni a Betlemme, parlerà di una grotta simile a quelle adiacenti alle povere case di allora. Il Battista era nato nella casa sacerdotale del padre, Cristo nasce di fatto nell’emarginazione. Attorno a quella grotta, a quel punto dello spazio di Betlemme, si erge ora la solenne Basilica Giustinianea, iniziata però da Sant’Elena nel IV secolo. Una basilica ancor oggi intatta perché mai distrutta, al contrario delle altre chiese di Terra Santa: risparmiata dai persiani che non vollero abbatterla perché sul frontone videro la sfilata dei Magi coi loro costumi tipici che ricordavano la madrepatria, scampò miracolosamente anche alla furia islamica. Alla santa grotta si associa tuttavia anche l’evocativo “campo dei pastori”, la campagna circostante Betlemme percorsa da allevatori seminomadi.
Due residenze provvisorie, due località misere, due segni di quotidiana povertà che diventano il fulcro di una speranza cosmica.

di Andrea Pino

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