DALL’EGITTO HO CHIAMATO MIO FIGLIO

il popolo ebraico, cui Gesù era legato biologicamente, si autodefiniva nell’Antico Testamento come una comunità di «forestieri e pellegrini», tant’è vero che aveva codificato una speciale normativa in merito all’ospitalità: «Vi sarà una sola legge sia per il nativo sia per lo straniero residente in mezzo a voi. Quando un forestiero dimorerà presso di voi non gli farete torto, ma lo tratterete come colui che è nato fra voi, l’amerai come te stesso perché siete stati forestieri in Egitto» (Es 12, 49; Lev 19, 33-34).
Leggendo il Vangelo dell’infanzia matteano si intravede una trama cupa: Gesù nasce in una grotta, è deposto in una mangiatoia, si affaccia subito l’incubo di una repressione sanguinaria e la Santa Famiglia deve imboccare la via dell’esilio, riparando nel confinante Egitto. È come se l’ombra della croce si proiettasse già sui primi giorni di vita di quel neonato e non stupisce che la scuola pittorica di Novgorod, a partire dal XV sec., abbia raffigurato il Santo Bambino avvolto in fasce funerarie e deposto in una culla a forma di sarcofago. Con la citazione del profeta Osea poi («Dall’Egitto ho chiamato mio figlio») si allude chiaramente all’evento capitale della storia di Israele, l’esodo dall’oppressione faraonica: Cristo ne ripercorre le tappe, incarnando esilio e rimpatrio, sofferenza e salvezza, oppressione e liberazione.
Sullo sfondo storico c’è, dunque, la figura del terribile re Erode, la cui vicenda biografica (che è possibile ricostruire attraverso lo storico Flavio Giuseppe) fu scandita da notevoli successi politici, ma anche da un implacabile pugno di ferro nel sedare ogni opposizione. Macrobio, storico romano del V sec., attribuirà ad Augusto addirittura una facezia sul conto di Erode: presso costui erano più fortunati i maiali (la cui carne era vietata per gli ebrei) di quanto lo fossero i figli. La battuta alludeva al fatto che il re non aveva esitato a liquidare mogli e parenti, sospettati di tramare alle sue spalle. L’Egitto allora, confinante con la Palestina, costituiva un’ideale terra di esilio: già nel X sec. a.C., il ribelle Geroboamo vi si era rifugiato per sfuggire a Salomone. Tuttavia, nei primissimi tempi della predicazione cristiana fiorirono numerosi racconti in merito alla fuga ed al soggiorno della Santa Famiglia in terra egiziana. Interi capitoli dei cosiddetti Vangeli Apocrifi dipingono un universo pittoresco, in cui molto si indulge in narrazioni mirabolanti e quasi pirotecniche ma che si sbaglierebbe a giudicare del tutto come frutto di ingenue fantasie. Tali racconti infatti, sebbene come insegnato dal Concilio di Trento non siano da considerare ispirati nel modo più assoluto, contengono però spesso un messaggio simbolico da decifrare.
Per quanto riguarda la fuga in Egitto, è possibile trarre dagli Apocrifi addirittura un preciso itinerario di viaggio. I Genitori del Messia, scartando la cosiddetta “via del mare” che costeggiava il Mediterraneo e superava Gaza (una via più breve ma pericolosa a causa di posti di blocco della polizia erodiana) varcano il Giordano e procedendo dall’attuale Giordania, puntano verso Oriente.
La sequenza delle tappe in territorio straniero sembra toccare l’odierno Cairo (sede ancor oggi di splendide chiese dei cristiani indigeni dell’Egitto, i Copti, come dice il loro stesso nome, deformazione del greco Aigyptos, fatti oggetto di violenze da sempre da parte islamica) come Ermopoli ed Assiut. Il Vangelo dello Pseudo-Matteo (noto già nel IV-V sec.) offre in un passo quasi favolistico la narrazione di una pericolosa avventura vissuta dalla Santa Famiglia durante il viaggio, dietro la quale tuttavia si nasconde la volontà di dimostrare la potenza di Gesù su ogni potenza dell’universo: «Giunsero davanti a una grotta per riposarsi, ma da essa improvvisamente uscirono molti draghi. Gesù allora discese dal grembo di sua madre e stette ritto sui suoi piedi davanti a loro: essi si misero ad adorarlo e poi si allontanarono. Così pure leoni e leopardi lo adoravano e si accompagnavano alla Santa Famiglia nel deserto: ovunque andavano Giuseppe e Maria, essi li precedevano, mostrando la strada e chinando la testa, prestavano servizio facendo le feste con la coda e lo adoravano con grande riverenza. Nel terzo giorno del viaggio Maria, stanca per il troppo calore del sole e del deserto, vedendo un albero di palma disse a Giuseppe: Mi riposerò all’ombra di questo albero. Guardò la chioma della palma e la vide piena di frutti e disse a Giuseppe: Desidererei prendere i frutti di questa palma. E Giuseppe: Mi meraviglio che tu dica questo vedendo quanto è alta. Io penso piuttosto alla mancanza d’acqua. Allora il bambino Gesù, che sereno riposava nel grembo della madre, disse alla palma: Albero, piega i tuoi rami e ristora col tuo frutto mia madre. A tali parole la palma piegò subito la chioma sino ai piedi della beata Maria e rimase inclinata attendendo l’ordine di rialzarsi da parte di Gesù. Costui le disse: Apri con le tue radici la vena d’acqua che è nascosta nella terra. E subito dalle radici cominciò a scaturire una fonte d’acqua limpidissima, fresca e chiara».
Il Vangelo arabo dell’infanzia invece riserva la più sorprendente avventura egiziana di Gesù bambino, collocandola ad al-Moharraq, presso Assiut a 350 km a sud del Cairo. Nella notte, alla ricerca di un rifugio, Giuseppe e Maria vengono assaliti in questa regione infestata da briganti: si tratta di una coppia di banditi, Tito e Dumaco. Il primo si commuove subito di fronte a questa povera famiglia, colpito dalla bellezza della madre e dallo splendore del bambino. Per poterli salvare dalla rapacità del socio, offre generosamente il suo denaro a Dumaco purché lasci indenne la famiglia. Come è facile immaginare, i due saranno niente meno che i compagni di Gesù nella crocifissione, condannati con lui a morte a Gerusalemme dopo varie vicende, e Tito altri non sarà che il buon ladrone, cui verrà spalancato il Paradiso.
È ovvio che tali racconti siano lontanissimi dalla sobrietà sacrale dei Vangeli canonici. Il Cristianesimo ha voluto presentare la vita del suo fondatore, certo nella grandezza del suo mistero, ma nascosto sotto le spoglie della sofferenza, dalle origini sino al tragico approdo alla cima del Golgota nella crocifissione. Per tale motivo, il Cristo è fratello degli ultimi della terra.

di Andrea Pino

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