Bene per l’uomo è incontrare la Verità

L’uomo è fatto per incontrare la Verità. Vi è infatti un’inclinazione naturale verso ciò che definiamo essere la realtà delle cose, ossia la verità. Si potrebbe dire che la mente umana ha nella verità il suo fine ultimo, lo scopo che in un certo qual modo se-duce, attira a sé l’uomo e la sua volontà.

Così, infatti, ha attirato a sé le menti più brillanti, più ambiziose come quelle più sa­pienti, tutte animate dal medesimo desiderio di raggiungere il segreto ultimo della storia, la verità appunto, o, potremmo dire, la ra­gione definitiva di tutto, la spiegazione oltre la quale non ne è data un’altra.

Poiché Dio è la pienezza dell’essere e principio di ogni perfezione, ne deriva che da Lui tutto ha origine, quindi anche la ve­rità. Per il cristiano, infatti, la verità è Dio e in Dio trova origine. Questo per dire che quanto Dio “dice” e “fa” ha valore di verità in quanto come la verità “vera” rimane per sempre. Da questo deriva che per il cristiano la verità trova in Dio il massimo compimen­to e la massima espressione. È come dire che attraverso Dio, che reca in sé la verità, ogni cosa si riconosce per verace, se porta a Lui, o meglio, se conduce l’uomo alla comunio­ne con Dio. Anche il salmista dice a Dio: “La verità è principio della tua parola, resta per sempre ogni sentenza della tua giustizia” (Sal 119, 160).

La misura della verità sta, dunque, in Dio; la Sua parola è vera perché è fedele, veritie­ra, quindi verace, e lo è sempre, in eterno. Per questo il salmista dice anche: “Rendo grazie al tuo nome per la tua fedeltà e la tua miseri­cordia” (Sal 138, 2).

Giovanni, l’apostolo prediletto da Gesù, si presenta anche come l’evangelista della verità; colui, cioè, dal cui racconto emer­ge che in Gesù, e in Dio che Egli annuncia, come l’amore anche la verità è per sempre. Tra la Verità e l’Amore esiste una forte “attra­zione”; qualcuno direbbe che Verità e Amore aderiscono quasi per una “trasparenza”. Scri­ve infatti Giovanni: “… Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo con lui e camminiamo nelle tenebre, mentia­mo e non mettiamo in pratica la verità” (1Gv 1, 5-6). Inoltre Gesù davanti a Pilato afferma: “… Per questo io sono nato e per questo io sono venuto al mondo: per rendere testimo­nianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18, 37).

E ancora: “Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo; egli è il vero Dio e la vita eterna” (1Gv 5, 20).

Potremmo dire che il Dio di Gesù è il vero Dio perché ciò che Egli “dice” si realizza pie­namente e riemerge dalla realtà stessa delle cose. Questa profonda unione tra ciò che Dio “dice” e “fa” per l’uomo risplende come verità, ma anche come via da seguire. In al­tri termini Dio chiede agli uomini di essere veritieri tra loro così come Lui lo è. E così, infatti, essi praticando la verità incontrano Dio ed entrano in comunione con Lui.

Se nell’Antico Testamento leggiamo che la Sapienza divina “proclama la verità e abo­minio per le mie labbra è l’empietà” (Pr 8, 7), nel Nuovo Testamento Gesù afferma: “… Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 36-37).

Per gli uomini di oggi non è sempre facile incontrare e accogliere la verità. Essa infatti richiede semplicità, amore e giustizia, beni che spesso vengono barattati con quegli aspetti della vita che promettono e recano il piacere dei sensi più che dell’anima. La vo­glia individuale di prestigio, la carriera, il possesso di cose materiali, rende gli uomini concorrenti e non fratelli.

L’essere fratelli richiede invece altruismo e dono di sé come Gesù ha insegnato; ma tutto questo non sembra “adatto” al tempo che viviamo programmato invece per essere il tempo dove l’ascolto del silenzio è sinoni­mo del nulla non un modo per capire la vita. Per gli uomini di oggi il silenzio sembra un dannoso “perdere” il tempo. Essi, invece de­vono avere la sensazione di “guadagnare” il tempo, di possederlo per allontanare da sé la possibilità di incontrare la verità del proprio esistere, verità che spiegherebbe loro che poi in fondo sono inevitabilmente bisognosi di un “Padre”. Ma l’idea di essere figli o degli “eterni minorenni” non può essere più accet­tata lì dove la tecnica ha prodotto l’idea che l’uomo su questa terra può esercitare un po­tere molto grande.

Nelle relazioni umane è scomparsa, quin­di, la verità. Essa, infatti, richiede amore e dono di sé, giustizia e liberazione dell’altro da una condizione di bisogno o sofferenza. Tutto questo invece è alla base dell’insegna­mento di Gesù, ma richiede ciò che egli ha fatto: sacrificio di sé per essere glorificato da Dio, per dimostrare con la sua vita che quel­la da Lui stesso annunciata era la Verità. In questo modo, però, Gesù ha agito da figlio anche se allo stesso tempo era un adulto li­bero.

Ciò che accade all’uomo di oggi, invece, è qualcosa di diverso. Egli si proclama adulto libero molto precocemente e in questa sua “libertà” non c’è spazio per essere “figlio”, cioè assumere dal “Padre” ciò che è buono e ciò che è male, ciò che è la verità. L’uomo di oggi è come un bambino che si affanna a pas­sare all’età adulta senza vivere il tempo della sua “filialità”.

Questo tempo non è limitato ma per­mane sempre anche nell’uomo adulto in quell’atteggiamento che implica sempre quel sano e saggio rivolgersi al “Padre” come alla propria origine per continuare la sua vita nel futuro.

Al contrario, oggi accade, invece, che oc­corre togliersi di dosso il “peso” della verità, rimandando, ma più spesso eliminando, il tempo per incontrarla.

Tuttavia la verità, con il suo carico di giu­stizia e amore, è sempre lì che guarda gli uo­mini e aspetta di incontrarli.

di Anna Maria Fiammata

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